Sa Pippia de Maju
Sa Pippia de Maju, lo scettro sacro e profano che viene impugnato da su Componidori, l’uomo prescelto che sarà un Dio per un giorno nella sua vita. Uno scettro lungo circa 35 cm, fatto di piccole viole mammole, pervinca e edera unite da un nastro adesivo verde da fiorista (guttaperca – stem tex), simboli forieri della buona stagione, che auspicano alla fertilità sessuale e terriera. Lo strumento col quale su Componidori benedice i cavalieri al suo seguito e tutto il popolo attorno al percorso della gara. La benedizione viene fatta per celebrare la stagione a venire (la Primavera), per augurare prosperità, amore e fertilità. Tutte parole che in un modo o nell’altro riportano alla vita agraria e a quella manifatturiera, ossia a una buona annata per il Gremio dei Falegnami e per quello dei Contadini, il tutto dipenderà chiaramente dal numero di stelle infilzate con la spada, e quindi aggiudicate con maestria, dai cavalieri dei rispettivi Gremi. Ma perché è chiamata Pippia de Maju e cosa sta a simboleggiare? Innanzitutto, sa Pippia de Maju venne probabilmente introdotta fra XII e XIII secolo, durante il periodo pisano o all’epoca dei Visconti e per molte persone, per molto tempo, probabilmente per un disguido legato alla lingua sarda, la traduzione è stata la bambola, bambina o ancora bimba di maggio (maju in sardo), sicuramente per via di alcune tradizioni campidanesi come Sa Maimoa di Arriora (Riola Sardo) o la bambola siamannese fatta di coreganzu. Entrambe queste due antiche tradizioni si svolgevano nel mese di Maggio esattamente il 1° Maggio, e prevedevano la creazione di una bambolina con l’aiuto delle madri che pensavano ai rametti di legno e le bambine che coglievano i fiori campestri e passare per le case del paese con un cestino e pronunciare ad Arriora la frase “a s’ora de sa Maimoa” o a Siamanna “a s’ora de sa Pippia de Maju”. Gli abitanti delle case solevano allora dare alle bambine, della frutta, dei carciofi o comunque sia qualcosa che era di buon auspicio. Il ricavato veniva poi diviso fra le bambine per le proprie famiglie. Il nome sa Pippia de Maju probabilmente è stato preso da questa costumanza antica tramandata fino agli anni ’60 del Novecento, ma per capire bene il vero nome di questo scettro componidoriano dobbiamo risalire ai tempi pagani. Tant’è vero che maju deriva da Majuma, un culto dedicato alla Dea Maja, madre di Ermes e ninfa arcadica, simbolo di buon auspicio per la raccolta e quindi di prolificità. Per tale Dea venivano sacrificati i suini che presero il nome di majalis e maju fu chiamato anche il mese nel quale ricorreva la festa della quale diversi scrittori latini parlano. Tuttavia il majum diversamente detto arbor majalis ossia il maio è una pianta che veniva appesa negli incroci delle strade, così come nelle case signorili e lo troviamo ancora oggi nella tradizione toscana. Il maio primariamente era composto da un mazzo di porri, successivamente sostituito da ramoscelli di sambuco e nocciolo in fiore. Solo dal XIII secolo in poi venne sostituito dal lauro al quale si legavano vari fiori campestri e veniva solitamente messo il primo di maggio nelle case delle ragazze che si solevano corteggiare. Nello stesso secolo la parola assunse significato di gioco d’armi o giostra o torneo. Quest’ultima si lega decisamente di più alla giostra equestre de Sa Sartiglia nella quale sa Pippia de Maju sta ad indicare un mero mazzo floreale, oggi, come già detto, fatto di viole mammole, pervinca ed edera. Rimane da chiarire che cosa c’entri la bambina, bambola o bimba. Esistono 2 versioni, delle quali, personalmente, appoggio la seconda: la prima dice che il popolo chiamò tale oggetto Pippia ossia bimba o bambina perché il popolo stesso confezionava le bambole con le canne e con gli stracci dei quali la stessa Pippia de Maju è composta; la seconda, invece, racconta che solitamente erano i bambini a tenere in mano sa Pippia de Maju per poi consegnarla a su Cumponidori. In quest’ultimo caso sa Pippia dovrebbe essere, come tutte le persone che circondano e coadiuvano su Cumponidori nella vestizione e nella svestizione, una bimba o bambina in carne ed ossa che gli porgerà lo scettro sacro-profano col quale benedirà per la prolificità. Proprio per tale momento, in segno augurale, così come avviene durante un matrimonio, is massajeddas e sa massaja manna lanciano a su Cumponidori grano e petali. La preparazione de sa Pippia de Maju comincia il giorno precedente la corsa dei rispettivi giorni de sa Sartiglia. Infatti, il sabato i Gremianti si riuniscono e colgono i rispettivi fiori che occorrono per sa Pippia de Maju e verso sera, circa per le 18:30 si riuniscono nella rispettiva sede del Gremio per cominciare la composizione dello scettro de su Cumponidori che solitamente impiega circa 2 ore di tempo. Si comincia con il taglio delle viole mammole che vengono unite con il nastro verde suddetto, e vengono poste nell’acqua al fine di non farle seccare. Dopodiché si tagliano le pervinche a una lunghezza di circa 35cm, che conferiranno l’impugnatura resistente. E arriva poi il momento di inserire le viole mammole fra il mazzo di pervinche, in ambedue le estremità, per dare forma allo scettro. La chiusura finale per prassi spetta sempre a sa Priorissa (moglie de s’Oberaiu Majori nel caso del Gremio dei Contadini o de su Majorale en Cabo nel caso del Gremio dei Falegnami). Ultimano lo scettro le foglie d’edera sistemate a mo’ di coppa per contenere al meglio le viole mammole. Una volta pronta sa Pippia de Maju viene affidata al Presidente del Gremio che la consegna momentaneamente a su Cumponidori che l’indomani correrà sa Sartiglia, il quale gliela ridarà sùbito dopo per preservarla in un posto sicuro affinché sia in ottime condizioni il giorno dopo: quando gli verrà effettivamente consegnata a vestizione compiuta, assolvendo così il potere d’un Dio dalla maschera androgena. © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa sotto qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, fotocopie, registrazioni






