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Tradizioni Locali

Sa Pippia de Maju

Sa Pippia de Maju, lo scettro sacro e profano che viene impugnato da su Componidori, l’uomo prescelto che sarà un Dio per un giorno nella sua vita. Uno scettro lungo circa 35 cm, fatto di piccole viole mammole, pervinca e edera unite da un nastro adesivo verde da fiorista (guttaperca – stem tex), simboli forieri della buona stagione, che auspicano alla fertilità sessuale e terriera. Lo strumento col quale su Componidori benedice i cavalieri al suo seguito e tutto il popolo attorno al percorso della gara. La benedizione viene fatta per celebrare la stagione a venire (la Primavera), per augurare prosperità, amore e fertilità. Tutte parole che in un modo o nell’altro riportano alla vita agraria e a quella manifatturiera, ossia a una buona annata per il Gremio dei Falegnami e per quello dei Contadini, il tutto dipenderà chiaramente dal numero di stelle infilzate con la spada, e quindi aggiudicate con maestria, dai cavalieri dei rispettivi Gremi. Ma perché è chiamata Pippia de Maju e cosa sta a simboleggiare? Innanzitutto, sa Pippia de Maju venne probabilmente introdotta fra XII e XIII secolo, durante il periodo pisano o all’epoca dei Visconti e per molte persone, per molto tempo, probabilmente per un disguido legato alla lingua sarda, la traduzione è stata la bambola, bambina o ancora bimba di maggio (maju in sardo), sicuramente per via di alcune tradizioni campidanesi come Sa Maimoa di Arriora (Riola Sardo) o la bambola siamannese fatta di coreganzu. Entrambe queste due antiche tradizioni si svolgevano nel mese di Maggio esattamente il 1° Maggio, e prevedevano la creazione di una bambolina con l’aiuto delle madri che pensavano ai rametti di legno e le bambine che coglievano i fiori campestri e passare per le case del paese con un cestino e pronunciare ad Arriora la frase “a s’ora de sa Maimoa” o a Siamanna “a s’ora de sa Pippia de Maju”. Gli abitanti delle case solevano allora dare alle bambine, della frutta, dei carciofi o comunque sia qualcosa che era di buon auspicio. Il ricavato veniva poi diviso fra le bambine per le proprie famiglie. Il nome sa Pippia de Maju probabilmente è stato preso da questa costumanza antica tramandata fino agli anni ’60 del Novecento, ma per capire bene il vero nome di questo scettro componidoriano dobbiamo risalire ai tempi pagani. Tant’è vero che maju deriva da Majuma, un culto dedicato alla Dea Maja, madre di Ermes e ninfa arcadica, simbolo di buon auspicio per la raccolta e quindi di prolificità. Per tale Dea venivano sacrificati i suini che presero il nome di majalis e maju fu chiamato anche il mese nel quale ricorreva la festa della quale diversi scrittori latini parlano. Tuttavia il majum diversamente detto arbor majalis ossia il maio è una pianta che veniva appesa negli incroci delle strade, così come nelle case signorili e lo troviamo ancora oggi nella tradizione toscana. Il maio primariamente era composto da un mazzo di porri, successivamente sostituito da ramoscelli di sambuco e nocciolo in fiore. Solo dal XIII secolo in poi venne sostituito dal lauro al quale si legavano vari fiori campestri e veniva solitamente messo il primo di maggio nelle case delle ragazze che si solevano corteggiare. Nello stesso secolo la parola assunse significato di gioco d’armi o giostra o torneo. Quest’ultima si lega decisamente di più alla giostra equestre de Sa Sartiglia nella quale sa Pippia de Maju sta ad indicare un mero mazzo floreale, oggi, come già detto, fatto di viole mammole, pervinca ed edera. Rimane da chiarire che cosa c’entri la bambina, bambola o bimba. Esistono 2 versioni, delle quali, personalmente, appoggio la seconda: la prima dice che il popolo chiamò tale oggetto Pippia ossia bimba o bambina perché il popolo stesso confezionava le bambole con le canne e con gli stracci dei quali la stessa Pippia de Maju è composta; la seconda, invece, racconta che solitamente erano i bambini a tenere in mano sa Pippia de Maju per poi consegnarla a su Cumponidori. In quest’ultimo caso sa Pippia dovrebbe essere, come tutte le persone che circondano e coadiuvano su Cumponidori nella vestizione e nella svestizione, una bimba o bambina in carne ed ossa che gli porgerà lo scettro sacro-profano col quale benedirà per la prolificità. Proprio per tale momento, in segno augurale, così come avviene durante un matrimonio, is massajeddas e sa massaja manna lanciano a su Cumponidori grano e petali. La preparazione de sa Pippia de Maju comincia il giorno precedente la corsa dei rispettivi giorni de sa Sartiglia. Infatti, il sabato i Gremianti si riuniscono e colgono i rispettivi fiori che occorrono per sa Pippia de Maju e verso sera, circa per le 18:30 si riuniscono nella rispettiva sede del Gremio per cominciare la composizione dello scettro de su Cumponidori che solitamente impiega circa 2 ore di tempo. Si comincia con il taglio delle viole mammole che vengono unite con il nastro verde suddetto, e vengono poste nell’acqua al fine di non farle seccare. Dopodiché si tagliano le pervinche a una lunghezza di circa 35cm, che conferiranno l’impugnatura resistente. E arriva poi il momento di inserire le viole mammole fra il mazzo di pervinche, in ambedue le estremità, per dare forma allo scettro. La chiusura finale per prassi spetta sempre a sa Priorissa (moglie de s’Oberaiu Majori nel caso del Gremio dei Contadini o de su Majorale en Cabo nel caso del Gremio dei Falegnami). Ultimano lo scettro le foglie d’edera sistemate a mo’ di coppa per contenere al meglio le viole mammole. Una volta pronta sa Pippia de Maju viene affidata al Presidente del Gremio che la consegna momentaneamente a su Cumponidori che l’indomani correrà sa Sartiglia, il quale gliela ridarà sùbito dopo per preservarla in un posto sicuro affinché sia in ottime condizioni il giorno dopo: quando gli verrà effettivamente consegnata a vestizione compiuta, assolvendo così il potere d’un Dio dalla maschera androgena. © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa sotto qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, fotocopie, registrazioni

Curiosità e Regole de sa Sartiglia:

Da tempi memori sa Sartiglia ha sempre avuto delle regole ferree che venivano fermamente rispettate fino a circa 70 anni fa. Di seguito le 15 regole più imperanti, che imponevano di essere tassativamente e indiscutibilmente osservate. Su Componidori, Mastro di Corsa, Giudice di questa manifestazione equestre, decideva chi di volta in volta doveva correre la corsa; doveva mettersi in una specie di recinto all’altezza de sa seu de Santa Maria (ov’è posta la stella della corsa) a poca distanza dalla stella (nel Medio Evo l’anello) per assistere, sorvegliare e disporre i cavalieri nella loro corsa alla stella, e intervenire se necessario. Gli ordini erano da impartire sempre con la spada sguainata; in caso di mancanza di rispetto, insubordinazioni, poteva ordinare all’Aiutante di Campo che si appellava alle forze dell’ordine di estromettere dalla gara il cavaliere che si era permesso di osteggiare i suoi ordini inappellabili. Questi doveva immediatamente allontanarsi dalla lizza dove si corre sa Sartiglia; aveva diritto a ricevere ogni contestazione, lamento o protesta solamente tramite l’Aiutante di Campo, o in sua assenza del Vice Componidori, mai direttamente a lui in prima persona per questioni gerarchiche; aveva il dovere di far appendere la stella a una determinata altezza, circa 3,40 m; imponeva che l’anello doveva essere incassato con la spada o con la lancia e mantenuto fino a posarlo ai piedi suoi. Se questo cadeva durante la corsa anche dopo che fosse stato preso dal cavaliere, la presa era ritenuta nulla; imponeva l’uso della propria spada per sé e per ciascuno dei competitori, nessuno dei quali poteva cambiarla con un’altra, poiché doveva essere di eguale peso, lunghezza e impugnatura; vietava di far correre per due volte la stessa persona, a meno che non avessero già corso tutti i partecipanti. Le preferenze non erano ammesse; sceglieva l’ordine in cui dovevano correre i partecipanti, e tale ordine doveva essere rispettato anche per le successive discese; imponeva al suo Vice Componidori di fare rispettare ai cavalieri quanto diceva, quindi di non scambiare armi o invertire l’ordine della corsa; vietava a qualunque estraneo non autorizzato da lui o dal suo Vice di entrare nella lizza; imperava a tutti i cavalieri di non togliersi la maschera finché non fossero tornati alla casa del Majorale; ordinava che tutti i cavalieri erano tenuti a far parte del corteo d’onore de su Componidori dalla casa del Majorale alla lizza e viceversa; ai fini della sicurezza di ciascun cavaliere e principalmente del pubblico, vietava di consumare sostanze alcoliche nella lizza, pena l’estromissione dalla gara; poteva escludere dalla gara qualunque cavaliere fosse indecoroso, litigioso o portasse una maschera comica o addirittura scomposta secondo i costumi dell’epoca. La maschera doveva essere seria e dignitosa! Di tali regole si sa bene che non tutte venivano rispettate né nei tempi antichi né nei più recenti. Tutta questa rigorosità nel tempo è andata scemando. Probabilmente altri tempi richiedevano più austerità d’oggigiorno, dove fortunatamente si vive in pace la manifestazione e ci si diverte senza farsi male, segno anche di intelligenza da parte dei cavalieri che pur indossando anche maschere buffe, risibili e improponibili tempi addietro – come si è visto – e non rinunciando a un degno bicchiere di vernaccia, nettare del Carnevale oristanese, dimostrano serietà e competenza, e ogni anno non smettono di stupire il proprio pubblico e il proprio ego. Nel corso della storia, tutte le cose cambiano, e fra queste anche sa Sartiglia ha subìto diverse modifiche. Oggi, coloro che non amano guardare l’origine delle cose potrebbero rimanere quasi stupiti dello spettacolo che hanno di fronte agli occhi. Di seguito alcune curiosità che lasceranno di stucco chi non ancora edotto sul passato di questa manifestazione: I. È una manifestazione attestata nel XVI e diffusa in tutta Europa, principalmente in Spagna, Francia e Italia nota con diversi nomi Sortija o in Catalano Sartilla, mentre in Francia è nota col nome di Course de Bagues. Gli studi cominciati nel XIX secolo vollero questa tradizione essere originariamente praticata dai Mori, che una volta scontratisi con gli Spagnoli, questi ultimi avrebbero assorbito la costumanza e pertanto praticato la Sortija. Una volta che gli Spagnoli fecero loro tale tradizione, durante le conquiste la vollero esportare in Sardegna, e da qui successivamente a Pisa, città nella quale si ha già testimonianza nel Medio Evo. Secondo alcuni esperti, quali Francesco Loddo Canepa e Felice Cherchi Paba sa Sartiglia risalirebbe al 1323 per il primo, che la collega alle primissime invasioni Aragonesi mentre per il secondo la data è il 1273, in piena epoca giudicale per via dei donnicelli di Arborea che venivano educati alla Corte Aragonese. Tuttavia, le discordanze non mancano su questo fronte, dove remò contro il defunto Giuseppe Pau, noto Peppetto, asserendo che sa Sartiglia per quanto assonante col catalano Sartilla la colloca in piena tradizione cavalleresca italiana, poiché anche se in epoca giudicale i Giudici d’Arborea avevano buoni rapporti con la penisola. Tale teoria venne sostenuta anche dallo studioso medievista Lucien Clare nel suo studio La Quintane, la course de bagues et le jeu de têtes del 1983 [Paris: Edition du Cnrs]. Un articolo dell’Unione Sarda scritto da Ubaldo Fluris riporta 5 punti fondamentali che riconducono alla teoria di Giuseppe Pau: Non esiste alcun documento antico spagnolo che rinvii a una origine araba della giostra equestre; Nessun poema medievale tratta della corsa degli anelli; Le fonti storico-documentarie spagnole attestano l’esistenza de la Sortija solo a partire dal 1460, esaurientemente trattata in una cronaca storica anche dal Connestabile Don Miguel Lucas de Iranzo. In Italia, la corsa degli anelli è documentata negli Statuti di Ascoli Piceno sin dal 1370. In Francia, il primissimo riferimento a la course de bagues risale al 1547 e si ritrova anche nelle opere di Melin de Saint-Gelais. Lucien Clare, a fronte di ciò, ha dichiarato che la culla e l’irradiazione della tradizione cavalleresca, poi diffusasi in tutta Europa nel XVI secolo, è l’Italia. In altre parole, per mancanza di documentazione spagnola non si può dichiarare che sa Sartiglia derivi dalla tradizione cavalleresca spagnola, anche perché le date parlano chiaro,

Bandiere e simboli Gremio dei Contadini e dei Falegnami

Il Gremio dei Contadini e il Gremio dei Falegnami

Gremi, che cosa sono i Gremi? Sono delle antiche istituzioni che in epoca giudicale erano affidate alle Città Regie del Regno di Sardegna, all’epoca Alghero, Bosa, Cagliari, Castelsardo, Iglesias, Oristano e Sassari. Tali istituzioni sono per lo più dei sodalizi riuniti sotto il nome di un Santo Protettore o Patrono che a loro volta riunivano in corporazioni religiose coloro che praticavano lo stesso mestiere e che per far parte del Gremio dovevano diventarne soci. I Gremi dalla fine del Medio Evo fino al XIX secolo erano 7: Calzolai, Contadini, Fabbri, Falegnami, Figoli, Muratori e Sarti. Ciascun Gremio era regolamentato da un preciso e rigido statuto che prevedeva un iter che i soci dovevano seguire. Questo ineriva ai prezzi dei prodotti, ai manufatti che dovevano essere prodotti, l’ingresso di neo-associati, l’apprendistato dei novizi e il loro passaggio a mastri o maestri d’arte e la condotta religiosa, morale e sociale di tutti coloro che ne facevano parte. Nel 1864, ultimo periodo storico del Regno di Sardegna, ci fu uno scioglimento generale dei Gremi per via dei vincoli economici troppo restrittivi cui erano legati i soci. A questo punto diversi Gremi mutarono in Società di Mutuo Soccorso, mettendo da parte il proprio operato professionale, ma rimanendo fermamente devoti al loro Santo Protettore. Gli unici gremi che sono sopravvissuti al grande scioglimento di fine Ottocento sono: quello dei Muratori, sotto la protezione di Santa Lucia; quello dei Contadini, sotto protezione di San Giovanni Battista; e quello dei Falegnami, sotto protezione di San Giuseppe. Questi ultimi due non si sa da quale epoca precisa si occupino di condurre la festa de sa Sartiglia. Tuttavia, sappiamo che Felice Cherchi Paba nel suo Carnevale Oristanese, scrive della nascita del Gremio di San Giovanni, altrimenti detto Gremio degli Agricoltori, ma più comunemente Gremio dei Contadini o ancora Società dei Contadini – come risulta da alcuni documenti di fine Ottocento, conservati dallo stesso Gremio in un registro con dorso in pergamena e piatti in cartone. Egli asserisce che entrambi i Gremi furono costituiti già in epoca rinascimentale, nel XV secolo, e assunsero la festa cavalleresca popolare in qualità di rappresentanti del popolo. Seppure Cherchi Paba attesti l’esistenza di tale Gremio già nel Rinascimento, la primissima deliberazione scritta sotto l’invocazione di San Giovanni Battista risale al 24 Giugno 1863 giornata dedicata allo stesso Santo. Il Gremio dei contadini in sé era una vera e propria costituzione che aveva un potere notevole per coloro che erano all’interno della cerchia. Si pensi che poteva fare prestiti e mutui a tasso agevolato in favore degli stessi che facevano parte del Gremio. Oltre ciò, c’è da dire che il Canonico Giovanni Dessì nel XVI secolo scrisse il lascito di alcune terre ancora oggi in possesso del Gremio dei Contadini affinché coi proventi delle terre si sopperisse alle spese de sa Sartiglia. Il Gremio in passato era organizzato in una decina di componenti: Il Presidente: presiedeva il Gremio e la sua carica durava più anni; Il Direttore: figura che assieme alla precedente si occupava di amministrare il Gremio 2 Oberaius Majoris: l’uno detto Oberaiu de Bandera che aveva e ha il compito di custodire la bandiera del Gremio; e l’altro detto Oberaiu de Cascia che si occupava della contabilità del Gremio. Entrambi hanno il compito di vigilare l’attività del Gremio e dirigerla e la loro carica ha carattere annuale senza possibilità di proroga o rinnovo nel ruolo. 2 Probi Uomini Primi: che sono l’evoluzione dell’Oberaiu Majori, ruolo che devono avere obbligatoriamente ricoperto l’anno precedente. 2 Probi Uomini Secondi: coloro che rivestiranno il ruolo di Oberaius Majoris nell’anno a venire. Is Oberaieddus: coloro più giovani che coadiuvavano is Oberaius Majoris nel loro lavoro. Sa Priorissa: moglie de s’Oberaiu Majori; Sa Massaja Manna: addetta alla vestizione e alla svestizione de su Componidori con anni e anni di esperienza alle spalle; Is Massaieddas: coadiuvatrici de sa Massaja Manna. Una figura particolare del Gremio dei Contadini è il suonatore de is launeddas oggi associato all’allora portatore dello stendardo con le spighe di grano, simbolo del Gremio. La sede del Gremio dei Contadini è la chiesa campestre di San Giovanni dei Fiori, che si trova nella periferia di Oristano vicino al Cimitero, nella quale si svolgono tutte le cerimonie ufficiali legate al Gremio. La bandiera del Gremio dei Contadini è legata a un’asta di legno, cui è legato un drappo di broccato rosso, e alla sua sommità una croce di spighe di grano che contiene San Giovanni Battista. Sopra questa vi sono numerosi nastri variegati che hanno impressi i nomi de is Oberaius de bandera e is Priorissas che negli anni hanno tenuto in custodia la bandiera. Tale bandiera, oltre che durante sa Sartiglia, viene portata dal Gremio durante i festeggiamenti della Natività di San Giovanni Battista del 24 Giugno, le processioni del Corpus Domini e di Sant’Efisio Martire, nonché per accompagnare alla sepoltura is Oberaius e is Priorissas. In quest’ultimo caso i nastri colorati vengono sostituiti chiaramente da un nastro nero. Il Gremio dei Falegnami, devoti a San Giuseppe, in passato prevedeva nel suo nucleo tutti gli artieri del legno (carrai, costruttori di barche, intagliatori, liutai, tornitori etc.). Questo Gremio, ben più antico del precedente, attesta il primo statuto proprio il 18 Gennaio 1693. Il Gremio ha un’organizzazione differente dal precedente: Su Majorale en Cabo, in italiano traducibile come Presidente e di fatto è colui che presiede il Gremio e si occupa di assegnare l’investitura de su Componidori; Su Segundu Majorale; Il Segretario; Il Consigliere Ecclesiastico; Il Cassiere; 4 Consiglieri. Sa Priorissa: moglie de su Majorale en Cabo; Sa Massaja Manna: addetta alla vestizione e alla svestizione de su Componidori con anni e anni di esperienza alle spalle; Is Massaieddas: coadiuvatrici de sa Massaja Manna. La bandiera del Gremio dei Falegnami è rosa e azzurra e al centro mostra Gesù Bambino assieme a San Giuseppe, anche questa, come quella del precedente Gremio, viene utilizzata e trasportata per tutte le festività che concernono il Gremio stesso.   © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere

Sa candelora

Sa Candelora

Nella terra che un tempo appartenne alla celebre Giudicessa Eleonora d’Arborea, il 2 Febbraio di ogni anno, ha luogo Sa Candelora: il tributo pagano che sa Sartiglia ha dovuto pagare al Cristianesimo. In altre parole, la cristianizzazione del rito pagano de Sa Sartiglia, momento tanto atteso da tutti gli oristanesi, nel quale i nominati Su Cumponidori (Capocorsa), su Segundu e su Terzu dell’anno ricevono le rispettive candele sacre e benedette, che verranno distribuite poi anche a parenti, amici e oratori al termine della messa. In passato, il tutto avveniva con estrema riservatezza, il Presidente del Gremio in merito si recava assieme ai massimi rappresentanti del Gremio e ai giovani chiamati operaieddus direttamente nella casa dell’uomo prescelto a fare Su Componidori, al quale augurava secondo l’appartenenza del Gremio: Santu Giuanni ti salvidi! se del Gremio dei Contadini o Santu Giuseppi ti salvidi! se di quello dei Falegnami e l’investitura non era agli occhi del popolo, bensì riservata a pochi. Inoltre, su Cumponidori doveva presentarsi puro alla competizione, libero dai peccati, pertanto, il giorno stesso o qualche giorno prima doveva andare a confessarsi e ricevere l’eucaristia. E, a proposito di purezza, le donne che vestivano su Cumponidori dette is Massajeddas dovevano essere vergini. Rimane però un mistero se quest’ultima informazione sia veritiera o meno, non vi sono fonti che effettivamente attestino ciò. Col passare del tempo tutto è cambiato, oggi chiunque, anche i turisti che vengono a Oristano proprio per assistere alla Sartiglia possono recarsi e partecipare a sa Candelora così come all’investitura de Su Cumponidori nelle rispettive case plurisecolari scelte: Via Aristana, Squilli di trombe e su passu ’e strada conducono l’ancora uomo verso la casa del rispettivo Gremio, se domenica in quella dei Contadini, se martedì in quella dei Falegnami. Is Massajeddas, devote ancelle di su Cumponidori, vestite impeccabilmente in costume sardo e affiancate a sa Massaja Manna (con più e più investiture di Cumponidori alle spalle), attendono che l’uomo arrivi dalla stanzetta nella quale si è appartato a indossare i primi indumenti del costume de su Cumponidori, oggigiorno ancora lo stesso del XVIII secolo, quello del tipico agricoltore campidanese. Egli è nella stanzetta e si infila la camicia di lino ricamata, tipica de su Cumponidori, i calzoni corti scamosciati color miele e gli stivaloni in pelle, che probabilmente in antichità erano i borzacchinos. Arrivato sul grande tavolo detto sa mesitta egli viene investito come tradizione vuole, per essere bello come non mai, ma al contempo impassibile, quasi assorto nei suoi pensieri, audace come un cavaliere d’altri tempi, e per un giorno: un Dio sopra tutti coloro che ha intorno a sé. È proprio questo il momento d’incontro fra paganesimo e cristianesimo, un’incoronazione e la supremazia sopra il popolo e per il popolo, l’uomo che diventa superuomo per un giorno e deve dimostrare al popolo il valore delle sue gesta attraverso il fedele percorso de Sa Sartiglia, percorso che richiama i grandi fasti della cultura cavalleresca del passato.  Durante il momento dell’investitura vengono messi diversi indumenti al Cumponidori e il costume suo si differenzia nei due Gremi per la sola presenza di alcuni fiocchetti (quello rosso per il Gremio dei Contadini; quelli rosa e celesti per il Gremio dei Falegnami) e il colore della maschera (verde la domenica di quinquagesima e marrone il martedì grasso). Su Cumponidori già vestito con una camicia bianca ricamata, con dei pantaloni scamosciati e gli stivali, viene vestito dalle massajeddas con il coietto o colletto (un corpetto in pelle dello stesso colore degli stivali, lungo più o meno fino alle ginocchia e guarnito di fermagli d’argento che lo chiudono), ai fianchi gli viene posto un grosso cinturone in cuoio contenuto da una ricca fibbia argentea, nelle maniche della camicia di lino vengono poi stretti tre fiocchi di seta di color bianco, rosso e azzurro (i colori della città di Oristano e della Sardegna Aragonese e Arborense) che creano così tre sbuffi nelle maniche tipiche del costume Secentesco . Le massajeddas, operano magistralmente la cucitura di un fazzoletto o velo bianco in zicchignac che verrà accuratamente cucito attorno alla testa dell’uomo, e fissato sotto il mento con un fermaglio d’oro. Infine, una mantiglia nitida si adagia dolcemente sugli omeri e il velo viene assicurato alle bende. Il passaggio dall’essere uomo a quello di divinità è segnato nel momento in cui vengono messi al Cumponidori la maschera androgina impassiva, dalla quale si scorgono appena gli occhi del capocorsa, a seguire la tuba nera e la camelia rossa a due foglie, che viene fissata nel suo petto. Un tempo la camelia veniva porta da su Primu Majorali (l’Operaio Maggiore) che successivamente offriva la spada a su Cumponidori, che toccava con la mano destra in segno di giuramento, e una massajedda gliel’assicurava al suo fianco, infine gli venivano applicati gli speroni d’argento. Questo rituale oggi è stato soppresso, soprattutto per un’etica animalista sono stati vietati gli speroni che ledevano i cavalli spesso anche in malo modo. Tuttavia, tale usanza è testimoniata nel libro Storia di Oristano di Giuseppe Maria Carta e Goffredo Casalis. A questo punto, su Cumponidori, fra squilli di trombe e rulli di tamburi che accompagnano tutta l’investitura, direttamente da sa mesitta monta a cavallo, anch’esso bardato di settanta rosette ricamate a mano, fiocchi e coccarde che lo rendono degno di essere il destriero del capocorsa de sa Sartiglia. Su Cumponidori da sa mesitta monta in sella al cavallo per un motivo ben preciso: perché non potrà toccare terra in carne e ossa, e sul cavallo dovrà restare fino a sera, momento in cui ritornato a sa mesitta verrà svestito e privato del suo potere oltreumano e tornerà a essere un comune mortale dello stesso popolo che ha benedetto durante la giornata e al quale ha regalato momenti indimenticabili. In ultimo, per donare al Componidori il potere divino gli viene porta sa Pippia de Maju, e con la medesima benedice il Presidente, is Massaiedas e il Gremio. Una volta uscito dalla casa dell’investitura, su Componidori è affiancanto dai suoi più fedeli: Su Secundu e Su Terzu cumponis, ossia

Sa Sartiglia di Oristano

Conosciuta a livello internazionale, la Corsa all’Anello in italiano (dall’iberico Sortija che a sua volta deriva dal latino Sorticula, che a sua volta deriva da sors ossia sorte), ben più nota col nome di Sartiglia, ma più propriamente Sa Sartilla è una manifestazione che ha le sue origini remote nel Medio Evo. Una vera e propria giostra equestre, citata da molte cronache storiche europee, e della quale si ha la primissima testimonianza a Oristano (Aristanis) nel XVI secolo, in pieno Rinascimento, precisamente nel 1543 per una festa in onore di Re Carlo V d’Aragona. La Sardegna, già da tempo, si erano stabiliti gli Aragonesi e l’isola non era più divisa nei famosi Giudicati di Callaris, Arborea, Torres e Gallura, poiché cessati durante le invasioni. Il più longevo fra tutti fu il Giudicato d’Arborea, che cessò solo nel 1410. Sa Sartiglia è un rito pagano, col tempo immischiatosi al Cristianesimo, in quei tempi ancora molto presente e austero. Un frammisto quindi di cultura pagana e cultura cristiana, che vede il suo incontro fra queste proprio il 2 febbraio di ogni anno: giorno de Sa Candelora. Il giorno della consegna di una candela benedetta che viene affidata al prescelto Componidori, un tempo detto el Mantenidor, che dovrà capeggiare la giostra. Sa Sartiglia si corre l’ultima domenica e l’ultimo martedì di Carnevale: il primo giorno è organizzata dal Gremio dei Contadini; il secondo giorno è organizzata dal Gremio dei Falegnami. In giro al mattino presto, attorno alle 10 si aggira per le piazze della città un araldo a cavallo, su bandidori de sa Sartiglia, vestito in abiti tradizionali e con un cappello particolarmente vistoso per via della sua lunghissima piuma. Egli è scortato dagli alfieri che stringono saldamente gli stendardi della città di Oristano seguiti dal Gruppo Storico dei Tamburini e Trombettieri. Egli apre la domenica di quinquagesima e il martedì grasso annunciando in 6 piazze (cominciando da Piazza Eleonora d’Arborea, Piazza Roma, Piazza Mariano IV, Piazza Sant’Efisio e Piazza Mannu, per poi ritornare a Piazza Eleonora) l’inizio della giostra equestre, per la quale tutto il popolo è tenuto a partecipare e a recarsi presso sa seu de Santa Maria (la piazzetta di fronte all’Arcivescovado) per prendere postazione. Nel frattempo, è stata già posizionata la stella protagonista emblematica di questa tradizione plurisecolare. Il percorso non è mai stato cambiato da secoli, comincia sempre con la vestizione che avviene in una delle dei Gremi in base al giorno in cui viene corsa la Sartiglia, poi si prosegue con la sfilata di circa 15-20 minuti fino ad arrivare in Piazza Mannu, dove un tempo regnava il Palazzo dei Giudici e dominava l’ingresso Sud della città di Aristanis l’imponente cinta muraria medievale con la sua Porta a Mari, distrutta nell’Aprile 1907. Una volta giunti nella Piazza, il popolo si accomoda dietro le transenne protettive poste lungo il percorso della gara delimitato anche da balle di fieno, oppure sulle tribune che vengono appositamente montate solo in quei giorni dell’anno per godersi lo spettacolo dall’alto. Dopodiché, ha inizio la giostra equestre vera e propria con la benedizione de Su Componidori che passa sotto il nastro verde che regge la stella, con Sa Pippia de Maju, lo scettro sacro e profano che benedirà cavalieri, tamburini trombettieri e tutto il popolo presente, per celebrare la stagione a venire (la Primavera), per augurare prosperità, amore e fertilità. Tale benedizione è il momento culmine che segna l’inizio della giostra. Avvenuta la benedizione de su Componidori, egli torna verso la Piazza Mannu, dalla quale partirà a galoppo col suo destriero dritto verso la stella. Solo la presa della stella da parte de su Componidori è già un enorme segno di gratitudine per il popolo e un ottimo principio di prosperità per il proprio Gremio. Seguono esultanze da parte della gente che ammira la maestria del Dio a cavallo nel cercare di prendere quella stella ad ogni costo, e anche in caso di mancata presa, un tributo d’onore è degno d’un cavaliere. Alla discesa de su Componidori seguono su Secundu e su Terzu che cercano di impugnare la stella con la spada all’inizio della giostra e al termine con una corta lancia di legno bianca ben più grossa di una spada chiamata su stoccu. A queste tre figure che aprono la giostra fanno seguito numerose discese di cavalieri scelti dallo stesso Componidori, che daranno uno spettacolo unico al mondo che si tramanda da secoli. Al termine delle discese su Componidori mostra la sua audacia nell’ultima gesta di benedizione: sa Remada. Una spettacolare discesa che vede su Componidori supino a cavallo reggente le redini con la sua mano sinistra e con la destra che agita sa Pippia de Maju esattamente nella maniera in cui si fa la croce cristiana. Nei secoli, come tutte le cose che sono su questa terra, la giostra equestre medievale ha subìto diversi cambiamenti. Ad esempio, non si tratta più di una corsa all’anello, come nel Medio Evo, bensì di una corsa alla stella; gli squilli delle trombe e il rullare dei tamburi, in passato non era parte dell’anima e del ritmo che segue la Sartiglia dall’inizio alla fine, bensì erano suoni di avvertimento dell’arrivo di un altro cavaliere. Se oggi, per chi conosce ciò di cui parlo, si provasse a immaginare questa giostra pluricentenaria senza trombettieri e tamburini, la Sartiglia non sarebbe Sartiglia. Fortunatamente, a dispetto di molte altre cose che vengono corrotte nel tempo il significato di questa manifestazione famosa a livello internazionale, seppur più popolarizzato è rimasto lo stesso: fra sacro e profano. Particolare menzione è da fare per la parte che segue la corsa alla stella, un tempo fine della giostra. Si tratta de las Parejas ossia le Pariglie, una seconda giostra, una festa nella festa che venne aggiunta probabilmente nel XVIII secolo per la celebrazione delle nozze reali di Carlo Emanuele di Savoia con la Principessa Anna Cristina Luisa Palatina di Sultzbach e che ancora oggi è uno dei momenti più attesi della manifestazione. Dopo la corsa alla stella i sartiglianti portano i propri destrieri

Festa di Santa Severa

La terza domenica di settembre si dà luogo alla celebrazione di Santa Severa. Festa che comincia al mattino con una consueta processione per il paese e si conclude all’omonima chiesa sita quasi all’uscita del paese in direzione per Cagliari, in via Giovanni XXIII, dove viene celebrata la messa. Al termine della messa tempo fa ci si spostava nel retro della chiesa per proseguire con i festeggiamenti, le condizioni del sito archeologico hanno portato a spostare i festeggiamenti al centro del paese, di fronte allo stagno nel retro del Municipio, dove si prosegue con la sagra de Is malloreddus a sa Campidanesa dove si assaggiano gratuitamente squisiti gnocchetti al sugo, il più delle volte fatti in casa, accompagnati da pane e buon vino, tutti prodotti a km Ø.

Festa di Santa Giusta

La festa della patrona del paese si svolge i giorni in cui morì martire, ovvero il 13 maggio. La festa venne prorogata al 14 per contemplare anche le sante Giustina e Enedina.  I preparativi della festa cominciano diverse settimane prima: le donne sono addette al taglio, alla raccolta e alla lavorazione delle palmette che il pomeriggio del 13 maggio sono da portare in ogni singola casa del paese; mentre è uso che gli uomini vadano ancora oggi alle pendici del Monte Arci a tagliare la legna che dovrà poi essere impiegata per allestire vari carri – in passato trainati da buoi e asini, oggi sostituiti da moderne macchine agricole – e per accendere a sera il grande falò in onore della santa. Ma prima di ciò, la mattina si comincia con la processione più lunga dell’anno, che passa tutto il paese recitando il Rosario in lingua sarda. Ballus Tundus, canti, gare di poesia, musica folkloristica, affiancati da numerose bancarelle nelle quali è possibile mangiare dell’ottimo cibo locale e giostre per adulti e bambini, continuano il resto della serata nel grande piazzale retrostante il Comune. Fino agli anni ’60 la festa si svolgeva ai piedi della Basilica di Santa Giusta, poi venne trasferita nell’attuale sede. Termina la serata uno spettacolo pirotecnico che illumina il cielo sopra la laguna. Il giorno dopo solitamente è presente qualche gruppo musicale sardo o, come negli ultimi tempi, anche cover band di artisti famosi. Ogni anno la festa principale del paese registra più di 6.000 presenze.

Festa di San Giovanni Battista

Nel quartiere Is Concias, che dà verso la campagna oristanese, il 24 giugno si svolge la festa di San Giovanni Battista. Comincia con una processione dalla Basilica di Santa Giusta fino ad arrivare alla piccola cappella di recente costruzione in onore del santo, vicino alla quale viene celebrata la Santa Messa. Al termine delle funzioni religiose ha luogo la sagra della pecora in cappotto. Probabilmente, dai tempi della peste del ’600 che interessò pesantemente tutta l’isola, una costumanza è rimasta impressa nelle persone del paese: la notte precedente la festa, ovvero quella tra il 23 e il 24 giugno, si accendono piccoli fuochi sui quali i giovani si divertono a saltarci sopra. Anticamente non era proprio un divertimento, e ciò a sicuramente mutato l’uso e scemato la credenza di questo gesto. Poiché vestiti, cadaveri di persone e animali appestati venivano bruciati nei fuochi, al fine di debellare la peste ed era usanza compiere il rito di saltare sopra ed oltre questi fuochi e uscirne illesi. Un gesto che scongiurava, secondo le ferme credenze popolari dell’epoca, il contagio.

Storia di Santa Giusta

La leggenda narra che… Secondo Antioco Martis, Canonico del XVI-XVII sec. e.v., basandosi su una cronaca storica di del IV sec. e.v.  Giusta nacque ai tempi dell’Imperatore Adriano (117-138 e.v. ca.) a Æden (nome tradizionale per Othoca), cittadella sita sulla sponda orientale dell’attuale Stagno di Santa Giusta, da una famiglia aristocratica. A soli 12 anni d’età si convertì al Cristianesimo e venne istruita da Octaten (Ottazio), Vescovo della cittadella. La madre, Cleodonia, pagana convinta, la fece rinchiudere nella prigione sottostante la loro dimora e le inflisse tremende torture. A Giusta accaddero singolari miracoli, che convinsero la madre a liberarla. Alcune fonti narrano che poco dopo la sua liberazione la madre morì, e le sue due ancelle – Giustina e Enedina – vennero a sapere della conversione di Giusta e vollero seguirla come esempio. Un uomo nobile di Æden di nome Claudius (Claudio) infatuatosi di Giusta le chiese la mano, ma ella rifiutò poiché umilmente devota a Dio. Egli cercò di averla in ogni modo, persino ricorrendo ai poteri di un mago chiamato Cebrianus (Cebriano). Giusta avvertì strane sensazioni e invocò l’aiuto divino, al che la terra tremò violentemente e una mole d’acqua immane sommerse la cittadella, lasciando morti il nobile, il mago e tutti gli altri idolatri pagani. Altre narrano che Claudius tentò di fare rapire Giusta, ma i rapitori furono sviati da una densa nebbia mattutina di maggio – che a volte si dice che si ripresenti ancora – pertanto, Claudius si rivolse allo stregone. Al che la madre di Giusta – secondo questa fonte ancora viva in questo momento – non potendone più di questa situazione, rinchiuse nuovamente la figlia nelle carceri sotto la loro casa. Era il 13 maggio e Giusta, mentre recitava disperatamente le preghiere implorando a Dio di farla morire, le sue parole vennero ascoltate. Il giorno dopo, il suo corpo venne sepolto nelle carceri sottostanti l’abitazione di famiglia. A breve distanza dalla morte di Giusta morirono anche Giustina e Enedina, e vennero interrate accanto al corpo della prima. Il giorno in cui viene tributato il culto della santa è il 14 maggio, esteso al 15 anche per le sante Giustina e Enedina. In Sardegna il culto per Santa Giusta è attestato in diversi paesi: Calangianus, Chiaramonti, Gesico, Loiri, Porto San Paolo e Uta. Alla Santa sono dedicate in tutta la Sardegna ben 11 chiese, fra le quali la più importante – per via del culto e architettonicamente parlando – è Santa Giusta. Si ha testimonianza del fatto che, durante le invasioni saracene, i resti della santa furono portati nella Chiesa di Santa Restituta di Cagliari. E secondo un documento d’inizio millennio, le reliquie della santa sono tornate alla propria basilica originaria il 2 maggio 2004, e sono oggi esposte nella cripta. © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa sotto qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, fotocopie, registrazioni o altro senza previa autorizzazione dell’autore.

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