Ponte Romano

Il Ponte romano e…

L’oro dello Stagno A testimonianza dell’esistenza della città di Othoca (antico nome dell’odierna Santa Giusta) si hanno i resti archeologici di un ponte d’epoca romana collocato a sud del paese. Questo collegava anticamente a turre karalis, strada che partiva da Turris Libisonis (Porto Torres) fino a giungere a Karalis. Una delle due principali strade, che collegava da Nord a Sud della Sardegna, che erano essenziali per il traffico di merci. Grosso modo, seppure con notevoli variazioni, oggi l’antica strada corrisponderebbe all’odierna SS131 “Carlo Felice” che porta a Cagliari. L’altra strada che faceva da arteria del commercio era denominata a tibulas Sulcis, ovvero la lunghissima strada che partiva da Tibula, proseguendo per Santa Teresa Gallura percorrendo la costa occidentale fino ad arrivare a Sulcis e infine all’isola di Sant’Antioco. Anticamente i ponti che collegavano la cittadella al resto dell’isola erano due: uno che prende il nome di su pontixeddu, ovvero il ponticello o piccolo ponte, poiché a una sola arcata, oggi non più esistente e che si trovava vicino alla chiesa di Santa Severa; l’altro, detto ponte maggiore, originariamente a cinque arcate, costruito per valicare il Rio Palmas – oggi Riu merd’e Cani – del quale ormai all’uscita Sud del paese rimane solamente l’arcata principale e un’arcata minore, che fungono da testimonianza per quella strada. Numerose anfore dell’era fenicio-punica e romana lasciano intendere che tali fossero i materiali che venivano commerciati all’epoca, oltre alla preziosissima ossidiana di Monte Arci. Più probabilmente con la vicina Aristanis (Oristano) denominata di fatto città della ceramica. Ritrovamenti archeologici riconducenti alla scoperta di Othoca cominciarono grazie all’antiquario professionista oristanese Giovanni Busachi, che strinse un accordo col Comune di Santa Giusta per poter eseguire a spese sue gli scavi nel territorio comunale, a patto che qualunque oggetto venisse trovato fosse spartito fra lui e il Comune. Gli scavi cominciarono nella parte retrostante la Chiesa di Santa Severa, detta Is Forrixeddus (i piccoli forni) fino a giungere ai resti del ponte romano oggi ancora in piedi, dove Busachi ci vide davvero bene: effettivamente in tutta quell’area anticamente si estendeva una vasta necropoli. Is Forrixeddus erano così chiamati, poiché, essendo ancora in epoca precristiana, il rito della cremazione era il più diffuso. Egli trovò decine e decine di tombe di splendida manifattura, dalle quali ricavò anche bei gioielli, ma non solo: scoprì anfore d’epoca fenicio-punico-romana, scarabei, manufatti di bronzo e d’argento, e centinaia di ceramiche. Morì misteriosamente nella Golena del fiume Tirso, nel 1875. Gli scavi proseguirono nel 1892 con l’Avvocato Efisio Pischedda, che ottenne il permesso per ulteriori scavi e ampliare la sua vasta collezione privata, oggi ben conservata e visionabile al Museo Arborense di Oristano. Gli scavi ripresero nel 1910 e per tutto il secolo scorso i ritrovamenti non furono diversi da quanto già trovato da Busachi, si differenzia una sola anfora di fattura greca rinvenuta nel Canale di Pesaria (vicino al porto industriale), che collega il mare allo stagno, e due teste elleniche rinvenute nel 2009 dagli archeologi Carladel Vais e Ignazio Sanna. © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa sotto qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, fotocopie, registrazioni o altro senza previa autorizzazione dell’autore.