Ben House Oristano

Roberto Rampone

Malloreddus campidanesus

Ingredienti: Fior di farina (su scetti in sardo) 250g Semola rimacinata di Grano Duro 10g Olio EVO 130g Acqua 500g Pomodori sardi 1 Cipolla Qualche foglia di basilico 4 Salsicce fresche (dal macellaio) Malloreddus sostantivo diminutivo plurale di malloreddu che significa toro, e che in sostanza vuol dire vitellini; così chiamata poiché la forma panciuta, nell’immaginario agropastorale ricorda molto quella dei vitellini appena nati. Ed ecco qui i Malloreddus Campidanesus diversamente detti gnocchetti sardi, che sono uno dei piatti tipici della cucina sarda, della quale vi proponiamo qui appunto la ricetta campidanese, poiché inerente al nostro territorio. Qualche chiarimento concernente alla salsiccia: in diverse parti d’Italia, probabilmente la maggior parte della penisola, per salsiccia si intende solo quella che in Sardegna chiamiamo salsiccia fresca che solitamente si compra dal macellaio; mentre per salsiccia secca, noi Sardi, intendiamo la salsiccia insaccata che solitamente vende il salumiere. Questa distinzione in tutta Italia non esiste, poiché la prima è detta salsiccia e la seconda è detta salame, ma in Sardegna non funziona così. Perciò si tenga bene a mente la differenza fra salsiccia fresca e salsiccia secca, delle quali se ne possono gustare davvero tantissime qualità. Procedimento: Versare la farina nella ciotola, aggiungere l’olio e l’acqua e impastare a mano. Il momento giusto per capire che l’impasto è buono è quando non si appiccica alla mano. Dopodiché avvolgere l’impasto in una pellicola trasparente e metterla in frigo a riposare per 15 minuti. Stendere poi l’impasto e tagliarlo in segmenti di 1cm circa, passare poi i gnocchetti sotto la dentatura della forchetta o in un più comune tagliere dentato per pasta. La preparazione del sugo è naturalmente ciò che conferisce il carattere al piatto, ma la pasta fresca rimane tuttavia l’ingrediente impagabile e imparagonabile alla pasta secca che più si trova in commercio. Per l’autentico sugo campidanese bisogna innanzitutto tritare la cipolla in piccoli pezzetti e farla rosolare per bene assieme all’olio EVO a fuoco basso. Nel frattempo, privare la salsiccia fresca comprata dal macellaio della pelle non edibile, tuttavia, se anche lo fosse sempre meglio toglierla, e tagliare i pomodori sardi freschi per farne una bella passata rustica o più raffinata in base ai propri gusti, quindi con o senza buccia. Quando la cipolla sarà ben dorata aggiungere la salsiccia spezzettandola con le mani direttamente sulla padella e lasciar cuocere per 15 minuti il tutto mescolando di tanto in tanto. Una volta ben cotti questi ingredienti aggiungere la passata appena fatta e lasciar cuocere per circa 1 ora. Aggiungere dell’acqua all’evenienza per evitare che il sugo si bruci e, infine, aggiungere delle foglie di basilico – sempre e solo a freddo, ovvero a fine cottura e mai durante – per conferire ulteriore sapore al piatto. Una volta pronto il sugo lasciar riposare a parte e preparare una pentola d’acqua da portare a ebollizione. Una volta giunta a ebollizione, salare e versare i malloreddus. Si consideri sempre che una pasta fresca cuoce sempre prima di una pasta secca, perciò prestare maggiore attenzione alla cottura. Al termine della cottura della pasta, scolarla a dovere e versare nella padella col sugo preparato e spolverizzarla con abbondante pecorino sardo. Si tenga a mente che più stagionato è il formaggio e più saporito sarà anche il sugo, ma si badi anche alla sapidità del formaggio per non fare una pasta salata! Non resta che un assaggio del cuoco e un buon appetito per voi da parte nostra! Hai mai assaggiato o per lo meno sentito parlare dei culurgiones?

Casu marzu

Noto principalmente come formaggio con i vermi ma nel suo nome autentico Casu marzu o nelle varianti dell’isola casu martzu, casu mùchidu, casu modde, casu bèiu, casu fatitu, casu giampagadu, casu ‘atu, casu cundítu o ancora frazìgu è un prodotto caseario che nasce per via della colonizzazione delle larve della mosca da formaggio o mosca casearia scientificamente nota come piophila casei. Una mosca che deposita le proprie uova nella forma di formaggio, le quali una volta schiusesi liberano le larve che cibandosi del formaggio lo lavorano fino a creare una morbida crema al centro della forma. Solitamente su casu marzu viene prodotto fra la primavera e l’autunno, periodo più favorevole per la deposizione delle uova da parte delle mosche. Le forme vengono messe a stagionare in locali aerati così da favorirne una deposizione più facile e rapida da parte della mosca. Spesso a tale scopo vengono fatti dei buchi nel formaggio poi riempiti d’olio per attrarre l’insetto e rendere più morbido il formaggio.  Una volta terminato il processo di produzione viene levata la parte superiore della forma, in sardo detta su tappu,e si passa ad assaggiare il formaggio. Il gusto così come l’odore è unico e inconfondibile: il primo molto pungente, deciso, carico come poche altre cose che si assaggiano; il secondo molto forte, quasi un tanfo per alcuni, mentre per gli intenditori è poesia casearia. D’altronde chi conosce bene i formaggi sa che in gergo si dice che più “puzzano” più sono buoni! Il consiglio anche per i più schizzinosi è quello di assaggiarlo poiché è un prodotto unico nel suo genere, e poiché è annoverato, seppure in maniera eccessiva, come formaggio più pericoloso del mondo (Guinness dei Primati 2009), di mangiarlo in piccole dosi così da non recare alcun danno alla propria salute. Qualora lo trovaste non fatevelo scappare, ma andateci cauti! Buona degustazione!

Crezes ’e Pane

Il pane sardo merita particolare menzione per ciò che concerne la tradizione culinaria. Crezes ’e pane sono le tipologie di pane che esistono in Sardegna da tempi immemori e che ancora oggi vengono prodotti e sono altamente apprezzati dai turisti e dai curiosi che in un modo o nell’altro, per via della loro fama ne hanno sentito parlare. Gli ingredienti per fare il pane sardo così come per tanti altri tipi di pane anche fuori dalla Sardegna sono sempre e solo 4: Tali tipologie sono: Spesso, dopo aver mangiato il pane carasau rimangono delle briciole che il più delle volte si è tentati di buttare via, ma un altro vantaggio di questo pane è che nulla di esso va buttato via a meno che non si ammuffisca o si rammollisca per via di troppa umidità. Quelle briciole che avanzano in sardo sono dette farrutza. Sempre dal pane carasau si possono ottenere altri tipi di pane sardo: Pane Pistocu: anch’esso si trova scritto spesso in entrambi i modi: Pistocu e Pistoccu. E ugualmente al precedente, segue lo stesso identico procedimento del Carasau, ma si differenzia da questo per 2 motivi: ha uno spessore di 3-4mm, mentre il Carasau ha 1mm appena; viene consumato solamente imbevendolo in qualche liquido o sugo. Ad esempio, spesso si usa immergerlo per pochissimi secondi nel brodo di pecora in cappotto. Pane Gutiau: spesso scritto anche Guttiau, segue lo stesso identico procedimento del pane Carasau, con la differenza che prima della cottura le sfoglie vengono condite con qualche goccia d’olio e infornati. A termine cottura si aggiunge del sale e si gusta un prodotto estremamente croccante. Pane Fratau: letteralmente pane fatto a pezzi o sminuzzato. Anch’esso si trova scritto spesso in entrambi i modi: Fratau e Frattau. Ha origini pastorali, e fa riferimento al pane che si spezzettava dentro a sa taschedda (una sorta di zaino in pelle) che veniva utilizzata dai pastori per andare al lavoro. Al ritorno dal lavoro e camminando sempre con questo zaino sulle spalle il pane, già debole di per sé, si spezzettava, ma questi pezzi non venivano mai buttati, bensì arricchivano il piatto della cena ammorbidendosi ad esempio dentro a un buon sugo o nel brodo. Ma, questo, ad essere sinceri, più che essere un vero e proprio tipo di pane è un modo d’impiegare il pane Carasau. Solitamente, lo si consuma arrotolando strati di Carasau con sugo di pomodoro, pecorino e uova. Al di fuori del Carasau, dal quale abbiamo visto che si possono ottenere ben 3 tipi di pane diverso in diversi momenti del procedimento, in Sardegna esistono decine e decine di tipologie di pane, e talmente che è una tradizione sentita quella della panificazione, che il Comune di Orgosolo ha istituito il Museo del Pane Carasau e Borore il Museo del Pane rituale ovvero su pane Coccoi che si prepara per degli avvenimenti prettamente religiosi e che si consuma solamente in certe occasioni dell’anno. Altri tipi di pane degni di nota sono: Queste sono alcune delle tipologie di pane più rappresentative della tradizione sarda, se voleste approfondire meglio andare dal vivo in una bella panetteria che alle prime ore del mattino emana quel profumo di pane unico al mondo, magari appena sfornato e ancora bello caldo. Uno dei ricordi più belli dell’infanzia invernale!

Sa Pippia de Maju

Sa Pippia de Maju, lo scettro sacro e profano che viene impugnato da su Componidori, l’uomo prescelto che sarà un Dio per un giorno nella sua vita. Uno scettro lungo circa 35 cm, fatto di piccole viole mammole, pervinca e edera unite da un nastro adesivo verde da fiorista (guttaperca – stem tex), simboli forieri della buona stagione, che auspicano alla fertilità sessuale e terriera. Lo strumento col quale su Componidori benedice i cavalieri al suo seguito e tutto il popolo attorno al percorso della gara. La benedizione viene fatta per celebrare la stagione a venire (la Primavera), per augurare prosperità, amore e fertilità. Tutte parole che in un modo o nell’altro riportano alla vita agraria e a quella manifatturiera, ossia a una buona annata per il Gremio dei Falegnami e per quello dei Contadini, il tutto dipenderà chiaramente dal numero di stelle infilzate con la spada, e quindi aggiudicate con maestria, dai cavalieri dei rispettivi Gremi. Ma perché è chiamata Pippia de Maju e cosa sta a simboleggiare? Innanzitutto, sa Pippia de Maju venne probabilmente introdotta fra XII e XIII secolo, durante il periodo pisano o all’epoca dei Visconti e per molte persone, per molto tempo, probabilmente per un disguido legato alla lingua sarda, la traduzione è stata la bambola, bambina o ancora bimba di maggio (maju in sardo), sicuramente per via di alcune tradizioni campidanesi come Sa Maimoa di Arriora (Riola Sardo) o la bambola siamannese fatta di coreganzu. Entrambe queste due antiche tradizioni si svolgevano nel mese di Maggio esattamente il 1° Maggio, e prevedevano la creazione di una bambolina con l’aiuto delle madri che pensavano ai rametti di legno e le bambine che coglievano i fiori campestri e passare per le case del paese con un cestino e pronunciare ad Arriora la frase “a s’ora de sa Maimoa” o a Siamanna “a s’ora de sa Pippia de Maju”. Gli abitanti delle case solevano allora dare alle bambine, della frutta, dei carciofi o comunque sia qualcosa che era di buon auspicio. Il ricavato veniva poi diviso fra le bambine per le proprie famiglie. Il nome sa Pippia de Maju probabilmente è stato preso da questa costumanza antica tramandata fino agli anni ’60 del Novecento, ma per capire bene il vero nome di questo scettro componidoriano dobbiamo risalire ai tempi pagani. Tant’è vero che maju deriva da Majuma, un culto dedicato alla Dea Maja, madre di Ermes e ninfa arcadica, simbolo di buon auspicio per la raccolta e quindi di prolificità. Per tale Dea venivano sacrificati i suini che presero il nome di majalis e maju fu chiamato anche il mese nel quale ricorreva la festa della quale diversi scrittori latini parlano. Tuttavia il majum diversamente detto arbor majalis ossia il maio è una pianta che veniva appesa negli incroci delle strade, così come nelle case signorili e lo troviamo ancora oggi nella tradizione toscana. Il maio primariamente era composto da un mazzo di porri, successivamente sostituito da ramoscelli di sambuco e nocciolo in fiore. Solo dal XIII secolo in poi venne sostituito dal lauro al quale si legavano vari fiori campestri e veniva solitamente messo il primo di maggio nelle case delle ragazze che si solevano corteggiare. Nello stesso secolo la parola assunse significato di gioco d’armi o giostra o torneo. Quest’ultima si lega decisamente di più alla giostra equestre de Sa Sartiglia nella quale sa Pippia de Maju sta ad indicare un mero mazzo floreale, oggi, come già detto, fatto di viole mammole, pervinca ed edera. Rimane da chiarire che cosa c’entri la bambina, bambola o bimba. Esistono 2 versioni, delle quali, personalmente, appoggio la seconda: la prima dice che il popolo chiamò tale oggetto Pippia ossia bimba o bambina perché il popolo stesso confezionava le bambole con le canne e con gli stracci dei quali la stessa Pippia de Maju è composta; la seconda, invece, racconta che solitamente erano i bambini a tenere in mano sa Pippia de Maju per poi consegnarla a su Cumponidori. In quest’ultimo caso sa Pippia dovrebbe essere, come tutte le persone che circondano e coadiuvano su Cumponidori nella vestizione e nella svestizione, una bimba o bambina in carne ed ossa che gli porgerà lo scettro sacro-profano col quale benedirà per la prolificità. Proprio per tale momento, in segno augurale, così come avviene durante un matrimonio, is massajeddas e sa massaja manna lanciano a su Cumponidori grano e petali. La preparazione de sa Pippia de Maju comincia il giorno precedente la corsa dei rispettivi giorni de sa Sartiglia. Infatti, il sabato i Gremianti si riuniscono e colgono i rispettivi fiori che occorrono per sa Pippia de Maju e verso sera, circa per le 18:30 si riuniscono nella rispettiva sede del Gremio per cominciare la composizione dello scettro de su Cumponidori che solitamente impiega circa 2 ore di tempo. Si comincia con il taglio delle viole mammole che vengono unite con il nastro verde suddetto, e vengono poste nell’acqua al fine di non farle seccare. Dopodiché si tagliano le pervinche a una lunghezza di circa 35cm, che conferiranno l’impugnatura resistente. E arriva poi il momento di inserire le viole mammole fra il mazzo di pervinche, in ambedue le estremità, per dare forma allo scettro. La chiusura finale per prassi spetta sempre a sa Priorissa (moglie de s’Oberaiu Majori nel caso del Gremio dei Contadini o de su Majorale en Cabo nel caso del Gremio dei Falegnami). Ultimano lo scettro le foglie d’edera sistemate a mo’ di coppa per contenere al meglio le viole mammole. Una volta pronta sa Pippia de Maju viene affidata al Presidente del Gremio che la consegna momentaneamente a su Cumponidori che l’indomani correrà sa Sartiglia, il quale gliela ridarà sùbito dopo per preservarla in un posto sicuro affinché sia in ottime condizioni il giorno dopo: quando gli verrà effettivamente consegnata a vestizione compiuta, assolvendo così il potere d’un Dio dalla maschera androgena. © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa sotto qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, fotocopie, registrazioni

Curiosità e Regole de sa Sartiglia:

Da tempi memori sa Sartiglia ha sempre avuto delle regole ferree che venivano fermamente rispettate fino a circa 70 anni fa. Di seguito le 15 regole più imperanti, che imponevano di essere tassativamente e indiscutibilmente osservate. Su Componidori, Mastro di Corsa, Giudice di questa manifestazione equestre, decideva chi di volta in volta doveva correre la corsa; doveva mettersi in una specie di recinto all’altezza de sa seu de Santa Maria (ov’è posta la stella della corsa) a poca distanza dalla stella (nel Medio Evo l’anello) per assistere, sorvegliare e disporre i cavalieri nella loro corsa alla stella, e intervenire se necessario. Gli ordini erano da impartire sempre con la spada sguainata; in caso di mancanza di rispetto, insubordinazioni, poteva ordinare all’Aiutante di Campo che si appellava alle forze dell’ordine di estromettere dalla gara il cavaliere che si era permesso di osteggiare i suoi ordini inappellabili. Questi doveva immediatamente allontanarsi dalla lizza dove si corre sa Sartiglia; aveva diritto a ricevere ogni contestazione, lamento o protesta solamente tramite l’Aiutante di Campo, o in sua assenza del Vice Componidori, mai direttamente a lui in prima persona per questioni gerarchiche; aveva il dovere di far appendere la stella a una determinata altezza, circa 3,40 m; imponeva che l’anello doveva essere incassato con la spada o con la lancia e mantenuto fino a posarlo ai piedi suoi. Se questo cadeva durante la corsa anche dopo che fosse stato preso dal cavaliere, la presa era ritenuta nulla; imponeva l’uso della propria spada per sé e per ciascuno dei competitori, nessuno dei quali poteva cambiarla con un’altra, poiché doveva essere di eguale peso, lunghezza e impugnatura; vietava di far correre per due volte la stessa persona, a meno che non avessero già corso tutti i partecipanti. Le preferenze non erano ammesse; sceglieva l’ordine in cui dovevano correre i partecipanti, e tale ordine doveva essere rispettato anche per le successive discese; imponeva al suo Vice Componidori di fare rispettare ai cavalieri quanto diceva, quindi di non scambiare armi o invertire l’ordine della corsa; vietava a qualunque estraneo non autorizzato da lui o dal suo Vice di entrare nella lizza; imperava a tutti i cavalieri di non togliersi la maschera finché non fossero tornati alla casa del Majorale; ordinava che tutti i cavalieri erano tenuti a far parte del corteo d’onore de su Componidori dalla casa del Majorale alla lizza e viceversa; ai fini della sicurezza di ciascun cavaliere e principalmente del pubblico, vietava di consumare sostanze alcoliche nella lizza, pena l’estromissione dalla gara; poteva escludere dalla gara qualunque cavaliere fosse indecoroso, litigioso o portasse una maschera comica o addirittura scomposta secondo i costumi dell’epoca. La maschera doveva essere seria e dignitosa! Di tali regole si sa bene che non tutte venivano rispettate né nei tempi antichi né nei più recenti. Tutta questa rigorosità nel tempo è andata scemando. Probabilmente altri tempi richiedevano più austerità d’oggigiorno, dove fortunatamente si vive in pace la manifestazione e ci si diverte senza farsi male, segno anche di intelligenza da parte dei cavalieri che pur indossando anche maschere buffe, risibili e improponibili tempi addietro – come si è visto – e non rinunciando a un degno bicchiere di vernaccia, nettare del Carnevale oristanese, dimostrano serietà e competenza, e ogni anno non smettono di stupire il proprio pubblico e il proprio ego. Nel corso della storia, tutte le cose cambiano, e fra queste anche sa Sartiglia ha subìto diverse modifiche. Oggi, coloro che non amano guardare l’origine delle cose potrebbero rimanere quasi stupiti dello spettacolo che hanno di fronte agli occhi. Di seguito alcune curiosità che lasceranno di stucco chi non ancora edotto sul passato di questa manifestazione: I. È una manifestazione attestata nel XVI e diffusa in tutta Europa, principalmente in Spagna, Francia e Italia nota con diversi nomi Sortija o in Catalano Sartilla, mentre in Francia è nota col nome di Course de Bagues. Gli studi cominciati nel XIX secolo vollero questa tradizione essere originariamente praticata dai Mori, che una volta scontratisi con gli Spagnoli, questi ultimi avrebbero assorbito la costumanza e pertanto praticato la Sortija. Una volta che gli Spagnoli fecero loro tale tradizione, durante le conquiste la vollero esportare in Sardegna, e da qui successivamente a Pisa, città nella quale si ha già testimonianza nel Medio Evo. Secondo alcuni esperti, quali Francesco Loddo Canepa e Felice Cherchi Paba sa Sartiglia risalirebbe al 1323 per il primo, che la collega alle primissime invasioni Aragonesi mentre per il secondo la data è il 1273, in piena epoca giudicale per via dei donnicelli di Arborea che venivano educati alla Corte Aragonese. Tuttavia, le discordanze non mancano su questo fronte, dove remò contro il defunto Giuseppe Pau, noto Peppetto, asserendo che sa Sartiglia per quanto assonante col catalano Sartilla la colloca in piena tradizione cavalleresca italiana, poiché anche se in epoca giudicale i Giudici d’Arborea avevano buoni rapporti con la penisola. Tale teoria venne sostenuta anche dallo studioso medievista Lucien Clare nel suo studio La Quintane, la course de bagues et le jeu de têtes del 1983 [Paris: Edition du Cnrs]. Un articolo dell’Unione Sarda scritto da Ubaldo Fluris riporta 5 punti fondamentali che riconducono alla teoria di Giuseppe Pau: Non esiste alcun documento antico spagnolo che rinvii a una origine araba della giostra equestre; Nessun poema medievale tratta della corsa degli anelli; Le fonti storico-documentarie spagnole attestano l’esistenza de la Sortija solo a partire dal 1460, esaurientemente trattata in una cronaca storica anche dal Connestabile Don Miguel Lucas de Iranzo. In Italia, la corsa degli anelli è documentata negli Statuti di Ascoli Piceno sin dal 1370. In Francia, il primissimo riferimento a la course de bagues risale al 1547 e si ritrova anche nelle opere di Melin de Saint-Gelais. Lucien Clare, a fronte di ciò, ha dichiarato che la culla e l’irradiazione della tradizione cavalleresca, poi diffusasi in tutta Europa nel XVI secolo, è l’Italia. In altre parole, per mancanza di documentazione spagnola non si può dichiarare che sa Sartiglia derivi dalla tradizione cavalleresca spagnola, anche perché le date parlano chiaro,

Bandiere e simboli Gremio dei Contadini e dei Falegnami

Il Gremio dei Contadini e il Gremio dei Falegnami

Gremi, che cosa sono i Gremi? Sono delle antiche istituzioni che in epoca giudicale erano affidate alle Città Regie del Regno di Sardegna, all’epoca Alghero, Bosa, Cagliari, Castelsardo, Iglesias, Oristano e Sassari. Tali istituzioni sono per lo più dei sodalizi riuniti sotto il nome di un Santo Protettore o Patrono che a loro volta riunivano in corporazioni religiose coloro che praticavano lo stesso mestiere e che per far parte del Gremio dovevano diventarne soci. I Gremi dalla fine del Medio Evo fino al XIX secolo erano 7: Calzolai, Contadini, Fabbri, Falegnami, Figoli, Muratori e Sarti. Ciascun Gremio era regolamentato da un preciso e rigido statuto che prevedeva un iter che i soci dovevano seguire. Questo ineriva ai prezzi dei prodotti, ai manufatti che dovevano essere prodotti, l’ingresso di neo-associati, l’apprendistato dei novizi e il loro passaggio a mastri o maestri d’arte e la condotta religiosa, morale e sociale di tutti coloro che ne facevano parte. Nel 1864, ultimo periodo storico del Regno di Sardegna, ci fu uno scioglimento generale dei Gremi per via dei vincoli economici troppo restrittivi cui erano legati i soci. A questo punto diversi Gremi mutarono in Società di Mutuo Soccorso, mettendo da parte il proprio operato professionale, ma rimanendo fermamente devoti al loro Santo Protettore. Gli unici gremi che sono sopravvissuti al grande scioglimento di fine Ottocento sono: quello dei Muratori, sotto la protezione di Santa Lucia; quello dei Contadini, sotto protezione di San Giovanni Battista; e quello dei Falegnami, sotto protezione di San Giuseppe. Questi ultimi due non si sa da quale epoca precisa si occupino di condurre la festa de sa Sartiglia. Tuttavia, sappiamo che Felice Cherchi Paba nel suo Carnevale Oristanese, scrive della nascita del Gremio di San Giovanni, altrimenti detto Gremio degli Agricoltori, ma più comunemente Gremio dei Contadini o ancora Società dei Contadini – come risulta da alcuni documenti di fine Ottocento, conservati dallo stesso Gremio in un registro con dorso in pergamena e piatti in cartone. Egli asserisce che entrambi i Gremi furono costituiti già in epoca rinascimentale, nel XV secolo, e assunsero la festa cavalleresca popolare in qualità di rappresentanti del popolo. Seppure Cherchi Paba attesti l’esistenza di tale Gremio già nel Rinascimento, la primissima deliberazione scritta sotto l’invocazione di San Giovanni Battista risale al 24 Giugno 1863 giornata dedicata allo stesso Santo. Il Gremio dei contadini in sé era una vera e propria costituzione che aveva un potere notevole per coloro che erano all’interno della cerchia. Si pensi che poteva fare prestiti e mutui a tasso agevolato in favore degli stessi che facevano parte del Gremio. Oltre ciò, c’è da dire che il Canonico Giovanni Dessì nel XVI secolo scrisse il lascito di alcune terre ancora oggi in possesso del Gremio dei Contadini affinché coi proventi delle terre si sopperisse alle spese de sa Sartiglia. Il Gremio in passato era organizzato in una decina di componenti: Il Presidente: presiedeva il Gremio e la sua carica durava più anni; Il Direttore: figura che assieme alla precedente si occupava di amministrare il Gremio 2 Oberaius Majoris: l’uno detto Oberaiu de Bandera che aveva e ha il compito di custodire la bandiera del Gremio; e l’altro detto Oberaiu de Cascia che si occupava della contabilità del Gremio. Entrambi hanno il compito di vigilare l’attività del Gremio e dirigerla e la loro carica ha carattere annuale senza possibilità di proroga o rinnovo nel ruolo. 2 Probi Uomini Primi: che sono l’evoluzione dell’Oberaiu Majori, ruolo che devono avere obbligatoriamente ricoperto l’anno precedente. 2 Probi Uomini Secondi: coloro che rivestiranno il ruolo di Oberaius Majoris nell’anno a venire. Is Oberaieddus: coloro più giovani che coadiuvavano is Oberaius Majoris nel loro lavoro. Sa Priorissa: moglie de s’Oberaiu Majori; Sa Massaja Manna: addetta alla vestizione e alla svestizione de su Componidori con anni e anni di esperienza alle spalle; Is Massaieddas: coadiuvatrici de sa Massaja Manna. Una figura particolare del Gremio dei Contadini è il suonatore de is launeddas oggi associato all’allora portatore dello stendardo con le spighe di grano, simbolo del Gremio. La sede del Gremio dei Contadini è la chiesa campestre di San Giovanni dei Fiori, che si trova nella periferia di Oristano vicino al Cimitero, nella quale si svolgono tutte le cerimonie ufficiali legate al Gremio. La bandiera del Gremio dei Contadini è legata a un’asta di legno, cui è legato un drappo di broccato rosso, e alla sua sommità una croce di spighe di grano che contiene San Giovanni Battista. Sopra questa vi sono numerosi nastri variegati che hanno impressi i nomi de is Oberaius de bandera e is Priorissas che negli anni hanno tenuto in custodia la bandiera. Tale bandiera, oltre che durante sa Sartiglia, viene portata dal Gremio durante i festeggiamenti della Natività di San Giovanni Battista del 24 Giugno, le processioni del Corpus Domini e di Sant’Efisio Martire, nonché per accompagnare alla sepoltura is Oberaius e is Priorissas. In quest’ultimo caso i nastri colorati vengono sostituiti chiaramente da un nastro nero. Il Gremio dei Falegnami, devoti a San Giuseppe, in passato prevedeva nel suo nucleo tutti gli artieri del legno (carrai, costruttori di barche, intagliatori, liutai, tornitori etc.). Questo Gremio, ben più antico del precedente, attesta il primo statuto proprio il 18 Gennaio 1693. Il Gremio ha un’organizzazione differente dal precedente: Su Majorale en Cabo, in italiano traducibile come Presidente e di fatto è colui che presiede il Gremio e si occupa di assegnare l’investitura de su Componidori; Su Segundu Majorale; Il Segretario; Il Consigliere Ecclesiastico; Il Cassiere; 4 Consiglieri. Sa Priorissa: moglie de su Majorale en Cabo; Sa Massaja Manna: addetta alla vestizione e alla svestizione de su Componidori con anni e anni di esperienza alle spalle; Is Massaieddas: coadiuvatrici de sa Massaja Manna. La bandiera del Gremio dei Falegnami è rosa e azzurra e al centro mostra Gesù Bambino assieme a San Giuseppe, anche questa, come quella del precedente Gremio, viene utilizzata e trasportata per tutte le festività che concernono il Gremio stesso.   © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere

Sa candelora

Sa Candelora

Nella terra che un tempo appartenne alla celebre Giudicessa Eleonora d’Arborea, il 2 Febbraio di ogni anno, ha luogo Sa Candelora: il tributo pagano che sa Sartiglia ha dovuto pagare al Cristianesimo. In altre parole, la cristianizzazione del rito pagano de Sa Sartiglia, momento tanto atteso da tutti gli oristanesi, nel quale i nominati Su Cumponidori (Capocorsa), su Segundu e su Terzu dell’anno ricevono le rispettive candele sacre e benedette, che verranno distribuite poi anche a parenti, amici e oratori al termine della messa. In passato, il tutto avveniva con estrema riservatezza, il Presidente del Gremio in merito si recava assieme ai massimi rappresentanti del Gremio e ai giovani chiamati operaieddus direttamente nella casa dell’uomo prescelto a fare Su Componidori, al quale augurava secondo l’appartenenza del Gremio: Santu Giuanni ti salvidi! se del Gremio dei Contadini o Santu Giuseppi ti salvidi! se di quello dei Falegnami e l’investitura non era agli occhi del popolo, bensì riservata a pochi. Inoltre, su Cumponidori doveva presentarsi puro alla competizione, libero dai peccati, pertanto, il giorno stesso o qualche giorno prima doveva andare a confessarsi e ricevere l’eucaristia. E, a proposito di purezza, le donne che vestivano su Cumponidori dette is Massajeddas dovevano essere vergini. Rimane però un mistero se quest’ultima informazione sia veritiera o meno, non vi sono fonti che effettivamente attestino ciò. Col passare del tempo tutto è cambiato, oggi chiunque, anche i turisti che vengono a Oristano proprio per assistere alla Sartiglia possono recarsi e partecipare a sa Candelora così come all’investitura de Su Cumponidori nelle rispettive case plurisecolari scelte: Via Aristana, Squilli di trombe e su passu ’e strada conducono l’ancora uomo verso la casa del rispettivo Gremio, se domenica in quella dei Contadini, se martedì in quella dei Falegnami. Is Massajeddas, devote ancelle di su Cumponidori, vestite impeccabilmente in costume sardo e affiancate a sa Massaja Manna (con più e più investiture di Cumponidori alle spalle), attendono che l’uomo arrivi dalla stanzetta nella quale si è appartato a indossare i primi indumenti del costume de su Cumponidori, oggigiorno ancora lo stesso del XVIII secolo, quello del tipico agricoltore campidanese. Egli è nella stanzetta e si infila la camicia di lino ricamata, tipica de su Cumponidori, i calzoni corti scamosciati color miele e gli stivaloni in pelle, che probabilmente in antichità erano i borzacchinos. Arrivato sul grande tavolo detto sa mesitta egli viene investito come tradizione vuole, per essere bello come non mai, ma al contempo impassibile, quasi assorto nei suoi pensieri, audace come un cavaliere d’altri tempi, e per un giorno: un Dio sopra tutti coloro che ha intorno a sé. È proprio questo il momento d’incontro fra paganesimo e cristianesimo, un’incoronazione e la supremazia sopra il popolo e per il popolo, l’uomo che diventa superuomo per un giorno e deve dimostrare al popolo il valore delle sue gesta attraverso il fedele percorso de Sa Sartiglia, percorso che richiama i grandi fasti della cultura cavalleresca del passato.  Durante il momento dell’investitura vengono messi diversi indumenti al Cumponidori e il costume suo si differenzia nei due Gremi per la sola presenza di alcuni fiocchetti (quello rosso per il Gremio dei Contadini; quelli rosa e celesti per il Gremio dei Falegnami) e il colore della maschera (verde la domenica di quinquagesima e marrone il martedì grasso). Su Cumponidori già vestito con una camicia bianca ricamata, con dei pantaloni scamosciati e gli stivali, viene vestito dalle massajeddas con il coietto o colletto (un corpetto in pelle dello stesso colore degli stivali, lungo più o meno fino alle ginocchia e guarnito di fermagli d’argento che lo chiudono), ai fianchi gli viene posto un grosso cinturone in cuoio contenuto da una ricca fibbia argentea, nelle maniche della camicia di lino vengono poi stretti tre fiocchi di seta di color bianco, rosso e azzurro (i colori della città di Oristano e della Sardegna Aragonese e Arborense) che creano così tre sbuffi nelle maniche tipiche del costume Secentesco . Le massajeddas, operano magistralmente la cucitura di un fazzoletto o velo bianco in zicchignac che verrà accuratamente cucito attorno alla testa dell’uomo, e fissato sotto il mento con un fermaglio d’oro. Infine, una mantiglia nitida si adagia dolcemente sugli omeri e il velo viene assicurato alle bende. Il passaggio dall’essere uomo a quello di divinità è segnato nel momento in cui vengono messi al Cumponidori la maschera androgina impassiva, dalla quale si scorgono appena gli occhi del capocorsa, a seguire la tuba nera e la camelia rossa a due foglie, che viene fissata nel suo petto. Un tempo la camelia veniva porta da su Primu Majorali (l’Operaio Maggiore) che successivamente offriva la spada a su Cumponidori, che toccava con la mano destra in segno di giuramento, e una massajedda gliel’assicurava al suo fianco, infine gli venivano applicati gli speroni d’argento. Questo rituale oggi è stato soppresso, soprattutto per un’etica animalista sono stati vietati gli speroni che ledevano i cavalli spesso anche in malo modo. Tuttavia, tale usanza è testimoniata nel libro Storia di Oristano di Giuseppe Maria Carta e Goffredo Casalis. A questo punto, su Cumponidori, fra squilli di trombe e rulli di tamburi che accompagnano tutta l’investitura, direttamente da sa mesitta monta a cavallo, anch’esso bardato di settanta rosette ricamate a mano, fiocchi e coccarde che lo rendono degno di essere il destriero del capocorsa de sa Sartiglia. Su Cumponidori da sa mesitta monta in sella al cavallo per un motivo ben preciso: perché non potrà toccare terra in carne e ossa, e sul cavallo dovrà restare fino a sera, momento in cui ritornato a sa mesitta verrà svestito e privato del suo potere oltreumano e tornerà a essere un comune mortale dello stesso popolo che ha benedetto durante la giornata e al quale ha regalato momenti indimenticabili. In ultimo, per donare al Componidori il potere divino gli viene porta sa Pippia de Maju, e con la medesima benedice il Presidente, is Massaiedas e il Gremio. Una volta uscito dalla casa dell’investitura, su Componidori è affiancanto dai suoi più fedeli: Su Secundu e Su Terzu cumponis, ossia

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