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Sardegna da scoprire

Sa Pippia de Maju

Sa Pippia de Maju, lo scettro sacro e profano che viene impugnato da su Componidori, l’uomo prescelto che sarà un Dio per un giorno nella sua vita. Uno scettro lungo circa 35 cm, fatto di piccole viole mammole, pervinca e edera unite da un nastro adesivo verde da fiorista (guttaperca – stem tex), simboli forieri della buona stagione, che auspicano alla fertilità sessuale e terriera. Lo strumento col quale su Componidori benedice i cavalieri al suo seguito e tutto il popolo attorno al percorso della gara. La benedizione viene fatta per celebrare la stagione a venire (la Primavera), per augurare prosperità, amore e fertilità. Tutte parole che in un modo o nell’altro riportano alla vita agraria e a quella manifatturiera, ossia a una buona annata per il Gremio dei Falegnami e per quello dei Contadini, il tutto dipenderà chiaramente dal numero di stelle infilzate con la spada, e quindi aggiudicate con maestria, dai cavalieri dei rispettivi Gremi. Ma perché è chiamata Pippia de Maju e cosa sta a simboleggiare? Innanzitutto, sa Pippia de Maju venne probabilmente introdotta fra XII e XIII secolo, durante il periodo pisano o all’epoca dei Visconti e per molte persone, per molto tempo, probabilmente per un disguido legato alla lingua sarda, la traduzione è stata la bambola, bambina o ancora bimba di maggio (maju in sardo), sicuramente per via di alcune tradizioni campidanesi come Sa Maimoa di Arriora (Riola Sardo) o la bambola siamannese fatta di coreganzu. Entrambe queste due antiche tradizioni si svolgevano nel mese di Maggio esattamente il 1° Maggio, e prevedevano la creazione di una bambolina con l’aiuto delle madri che pensavano ai rametti di legno e le bambine che coglievano i fiori campestri e passare per le case del paese con un cestino e pronunciare ad Arriora la frase “a s’ora de sa Maimoa” o a Siamanna “a s’ora de sa Pippia de Maju”. Gli abitanti delle case solevano allora dare alle bambine, della frutta, dei carciofi o comunque sia qualcosa che era di buon auspicio. Il ricavato veniva poi diviso fra le bambine per le proprie famiglie. Il nome sa Pippia de Maju probabilmente è stato preso da questa costumanza antica tramandata fino agli anni ’60 del Novecento, ma per capire bene il vero nome di questo scettro componidoriano dobbiamo risalire ai tempi pagani. Tant’è vero che maju deriva da Majuma, un culto dedicato alla Dea Maja, madre di Ermes e ninfa arcadica, simbolo di buon auspicio per la raccolta e quindi di prolificità. Per tale Dea venivano sacrificati i suini che presero il nome di majalis e maju fu chiamato anche il mese nel quale ricorreva la festa della quale diversi scrittori latini parlano. Tuttavia il majum diversamente detto arbor majalis ossia il maio è una pianta che veniva appesa negli incroci delle strade, così come nelle case signorili e lo troviamo ancora oggi nella tradizione toscana. Il maio primariamente era composto da un mazzo di porri, successivamente sostituito da ramoscelli di sambuco e nocciolo in fiore. Solo dal XIII secolo in poi venne sostituito dal lauro al quale si legavano vari fiori campestri e veniva solitamente messo il primo di maggio nelle case delle ragazze che si solevano corteggiare. Nello stesso secolo la parola assunse significato di gioco d’armi o giostra o torneo. Quest’ultima si lega decisamente di più alla giostra equestre de Sa Sartiglia nella quale sa Pippia de Maju sta ad indicare un mero mazzo floreale, oggi, come già detto, fatto di viole mammole, pervinca ed edera. Rimane da chiarire che cosa c’entri la bambina, bambola o bimba. Esistono 2 versioni, delle quali, personalmente, appoggio la seconda: la prima dice che il popolo chiamò tale oggetto Pippia ossia bimba o bambina perché il popolo stesso confezionava le bambole con le canne e con gli stracci dei quali la stessa Pippia de Maju è composta; la seconda, invece, racconta che solitamente erano i bambini a tenere in mano sa Pippia de Maju per poi consegnarla a su Cumponidori. In quest’ultimo caso sa Pippia dovrebbe essere, come tutte le persone che circondano e coadiuvano su Cumponidori nella vestizione e nella svestizione, una bimba o bambina in carne ed ossa che gli porgerà lo scettro sacro-profano col quale benedirà per la prolificità. Proprio per tale momento, in segno augurale, così come avviene durante un matrimonio, is massajeddas e sa massaja manna lanciano a su Cumponidori grano e petali. La preparazione de sa Pippia de Maju comincia il giorno precedente la corsa dei rispettivi giorni de sa Sartiglia. Infatti, il sabato i Gremianti si riuniscono e colgono i rispettivi fiori che occorrono per sa Pippia de Maju e verso sera, circa per le 18:30 si riuniscono nella rispettiva sede del Gremio per cominciare la composizione dello scettro de su Cumponidori che solitamente impiega circa 2 ore di tempo. Si comincia con il taglio delle viole mammole che vengono unite con il nastro verde suddetto, e vengono poste nell’acqua al fine di non farle seccare. Dopodiché si tagliano le pervinche a una lunghezza di circa 35cm, che conferiranno l’impugnatura resistente. E arriva poi il momento di inserire le viole mammole fra il mazzo di pervinche, in ambedue le estremità, per dare forma allo scettro. La chiusura finale per prassi spetta sempre a sa Priorissa (moglie de s’Oberaiu Majori nel caso del Gremio dei Contadini o de su Majorale en Cabo nel caso del Gremio dei Falegnami). Ultimano lo scettro le foglie d’edera sistemate a mo’ di coppa per contenere al meglio le viole mammole. Una volta pronta sa Pippia de Maju viene affidata al Presidente del Gremio che la consegna momentaneamente a su Cumponidori che l’indomani correrà sa Sartiglia, il quale gliela ridarà sùbito dopo per preservarla in un posto sicuro affinché sia in ottime condizioni il giorno dopo: quando gli verrà effettivamente consegnata a vestizione compiuta, assolvendo così il potere d’un Dio dalla maschera androgena. © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa sotto qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, fotocopie, registrazioni

Curiosità e Regole de sa Sartiglia:

Da tempi memori sa Sartiglia ha sempre avuto delle regole ferree che venivano fermamente rispettate fino a circa 70 anni fa. Di seguito le 15 regole più imperanti, che imponevano di essere tassativamente e indiscutibilmente osservate. Su Componidori, Mastro di Corsa, Giudice di questa manifestazione equestre, decideva chi di volta in volta doveva correre la corsa; doveva mettersi in una specie di recinto all’altezza de sa seu de Santa Maria (ov’è posta la stella della corsa) a poca distanza dalla stella (nel Medio Evo l’anello) per assistere, sorvegliare e disporre i cavalieri nella loro corsa alla stella, e intervenire se necessario. Gli ordini erano da impartire sempre con la spada sguainata; in caso di mancanza di rispetto, insubordinazioni, poteva ordinare all’Aiutante di Campo che si appellava alle forze dell’ordine di estromettere dalla gara il cavaliere che si era permesso di osteggiare i suoi ordini inappellabili. Questi doveva immediatamente allontanarsi dalla lizza dove si corre sa Sartiglia; aveva diritto a ricevere ogni contestazione, lamento o protesta solamente tramite l’Aiutante di Campo, o in sua assenza del Vice Componidori, mai direttamente a lui in prima persona per questioni gerarchiche; aveva il dovere di far appendere la stella a una determinata altezza, circa 3,40 m; imponeva che l’anello doveva essere incassato con la spada o con la lancia e mantenuto fino a posarlo ai piedi suoi. Se questo cadeva durante la corsa anche dopo che fosse stato preso dal cavaliere, la presa era ritenuta nulla; imponeva l’uso della propria spada per sé e per ciascuno dei competitori, nessuno dei quali poteva cambiarla con un’altra, poiché doveva essere di eguale peso, lunghezza e impugnatura; vietava di far correre per due volte la stessa persona, a meno che non avessero già corso tutti i partecipanti. Le preferenze non erano ammesse; sceglieva l’ordine in cui dovevano correre i partecipanti, e tale ordine doveva essere rispettato anche per le successive discese; imponeva al suo Vice Componidori di fare rispettare ai cavalieri quanto diceva, quindi di non scambiare armi o invertire l’ordine della corsa; vietava a qualunque estraneo non autorizzato da lui o dal suo Vice di entrare nella lizza; imperava a tutti i cavalieri di non togliersi la maschera finché non fossero tornati alla casa del Majorale; ordinava che tutti i cavalieri erano tenuti a far parte del corteo d’onore de su Componidori dalla casa del Majorale alla lizza e viceversa; ai fini della sicurezza di ciascun cavaliere e principalmente del pubblico, vietava di consumare sostanze alcoliche nella lizza, pena l’estromissione dalla gara; poteva escludere dalla gara qualunque cavaliere fosse indecoroso, litigioso o portasse una maschera comica o addirittura scomposta secondo i costumi dell’epoca. La maschera doveva essere seria e dignitosa! Di tali regole si sa bene che non tutte venivano rispettate né nei tempi antichi né nei più recenti. Tutta questa rigorosità nel tempo è andata scemando. Probabilmente altri tempi richiedevano più austerità d’oggigiorno, dove fortunatamente si vive in pace la manifestazione e ci si diverte senza farsi male, segno anche di intelligenza da parte dei cavalieri che pur indossando anche maschere buffe, risibili e improponibili tempi addietro – come si è visto – e non rinunciando a un degno bicchiere di vernaccia, nettare del Carnevale oristanese, dimostrano serietà e competenza, e ogni anno non smettono di stupire il proprio pubblico e il proprio ego. Nel corso della storia, tutte le cose cambiano, e fra queste anche sa Sartiglia ha subìto diverse modifiche. Oggi, coloro che non amano guardare l’origine delle cose potrebbero rimanere quasi stupiti dello spettacolo che hanno di fronte agli occhi. Di seguito alcune curiosità che lasceranno di stucco chi non ancora edotto sul passato di questa manifestazione: I. È una manifestazione attestata nel XVI e diffusa in tutta Europa, principalmente in Spagna, Francia e Italia nota con diversi nomi Sortija o in Catalano Sartilla, mentre in Francia è nota col nome di Course de Bagues. Gli studi cominciati nel XIX secolo vollero questa tradizione essere originariamente praticata dai Mori, che una volta scontratisi con gli Spagnoli, questi ultimi avrebbero assorbito la costumanza e pertanto praticato la Sortija. Una volta che gli Spagnoli fecero loro tale tradizione, durante le conquiste la vollero esportare in Sardegna, e da qui successivamente a Pisa, città nella quale si ha già testimonianza nel Medio Evo. Secondo alcuni esperti, quali Francesco Loddo Canepa e Felice Cherchi Paba sa Sartiglia risalirebbe al 1323 per il primo, che la collega alle primissime invasioni Aragonesi mentre per il secondo la data è il 1273, in piena epoca giudicale per via dei donnicelli di Arborea che venivano educati alla Corte Aragonese. Tuttavia, le discordanze non mancano su questo fronte, dove remò contro il defunto Giuseppe Pau, noto Peppetto, asserendo che sa Sartiglia per quanto assonante col catalano Sartilla la colloca in piena tradizione cavalleresca italiana, poiché anche se in epoca giudicale i Giudici d’Arborea avevano buoni rapporti con la penisola. Tale teoria venne sostenuta anche dallo studioso medievista Lucien Clare nel suo studio La Quintane, la course de bagues et le jeu de têtes del 1983 [Paris: Edition du Cnrs]. Un articolo dell’Unione Sarda scritto da Ubaldo Fluris riporta 5 punti fondamentali che riconducono alla teoria di Giuseppe Pau: Non esiste alcun documento antico spagnolo che rinvii a una origine araba della giostra equestre; Nessun poema medievale tratta della corsa degli anelli; Le fonti storico-documentarie spagnole attestano l’esistenza de la Sortija solo a partire dal 1460, esaurientemente trattata in una cronaca storica anche dal Connestabile Don Miguel Lucas de Iranzo. In Italia, la corsa degli anelli è documentata negli Statuti di Ascoli Piceno sin dal 1370. In Francia, il primissimo riferimento a la course de bagues risale al 1547 e si ritrova anche nelle opere di Melin de Saint-Gelais. Lucien Clare, a fronte di ciò, ha dichiarato che la culla e l’irradiazione della tradizione cavalleresca, poi diffusasi in tutta Europa nel XVI secolo, è l’Italia. In altre parole, per mancanza di documentazione spagnola non si può dichiarare che sa Sartiglia derivi dalla tradizione cavalleresca spagnola, anche perché le date parlano chiaro,

Festa di Santa Severa

La terza domenica di settembre si dà luogo alla celebrazione di Santa Severa. Festa che comincia al mattino con una consueta processione per il paese e si conclude all’omonima chiesa sita quasi all’uscita del paese in direzione per Cagliari, in via Giovanni XXIII, dove viene celebrata la messa. Al termine della messa tempo fa ci si spostava nel retro della chiesa per proseguire con i festeggiamenti, le condizioni del sito archeologico hanno portato a spostare i festeggiamenti al centro del paese, di fronte allo stagno nel retro del Municipio, dove si prosegue con la sagra de Is malloreddus a sa Campidanesa dove si assaggiano gratuitamente squisiti gnocchetti al sugo, il più delle volte fatti in casa, accompagnati da pane e buon vino, tutti prodotti a km Ø.

Festa di Santa Giusta

La festa della patrona del paese si svolge i giorni in cui morì martire, ovvero il 13 maggio. La festa venne prorogata al 14 per contemplare anche le sante Giustina e Enedina.  I preparativi della festa cominciano diverse settimane prima: le donne sono addette al taglio, alla raccolta e alla lavorazione delle palmette che il pomeriggio del 13 maggio sono da portare in ogni singola casa del paese; mentre è uso che gli uomini vadano ancora oggi alle pendici del Monte Arci a tagliare la legna che dovrà poi essere impiegata per allestire vari carri – in passato trainati da buoi e asini, oggi sostituiti da moderne macchine agricole – e per accendere a sera il grande falò in onore della santa. Ma prima di ciò, la mattina si comincia con la processione più lunga dell’anno, che passa tutto il paese recitando il Rosario in lingua sarda. Ballus Tundus, canti, gare di poesia, musica folkloristica, affiancati da numerose bancarelle nelle quali è possibile mangiare dell’ottimo cibo locale e giostre per adulti e bambini, continuano il resto della serata nel grande piazzale retrostante il Comune. Fino agli anni ’60 la festa si svolgeva ai piedi della Basilica di Santa Giusta, poi venne trasferita nell’attuale sede. Termina la serata uno spettacolo pirotecnico che illumina il cielo sopra la laguna. Il giorno dopo solitamente è presente qualche gruppo musicale sardo o, come negli ultimi tempi, anche cover band di artisti famosi. Ogni anno la festa principale del paese registra più di 6.000 presenze.

Festa di San Giovanni Battista

Nel quartiere Is Concias, che dà verso la campagna oristanese, il 24 giugno si svolge la festa di San Giovanni Battista. Comincia con una processione dalla Basilica di Santa Giusta fino ad arrivare alla piccola cappella di recente costruzione in onore del santo, vicino alla quale viene celebrata la Santa Messa. Al termine delle funzioni religiose ha luogo la sagra della pecora in cappotto. Probabilmente, dai tempi della peste del ’600 che interessò pesantemente tutta l’isola, una costumanza è rimasta impressa nelle persone del paese: la notte precedente la festa, ovvero quella tra il 23 e il 24 giugno, si accendono piccoli fuochi sui quali i giovani si divertono a saltarci sopra. Anticamente non era proprio un divertimento, e ciò a sicuramente mutato l’uso e scemato la credenza di questo gesto. Poiché vestiti, cadaveri di persone e animali appestati venivano bruciati nei fuochi, al fine di debellare la peste ed era usanza compiere il rito di saltare sopra ed oltre questi fuochi e uscirne illesi. Un gesto che scongiurava, secondo le ferme credenze popolari dell’epoca, il contagio.

Chiesa Romanica

Chiesa di Santa Severa

Chiesa risalente al VII sec. e.v., sita in via Giovanni XXIII poco dopo l’entrata Sud del paese, venendo da Cagliari. Oggi solo in parte mostra parti autentiche, poiché dopo i debiti restauri avvenuti negli anni ’80 del secolo scorso, con i quali è stata necessaria una revisione globale dell’edificio e la costruzione di una moderna sagrestia per il riutilizzo della chiesa. La struttura è stata modificata in termini di uso dei materiali, tuttavia mantenendo l’assetto della pianta della chiesa originario. La ristrutturazione ha messo in luce pietre d’arenaria, o conci, quasi sicuramente provenienti dalla penisola del Sinis a non più di 20km da Oristano, nella quale da circa un decennio è stata fatta una scoperta archeologica piuttosto importante: i Giganti di Mont’e Prama. La chiesa oggi, a dispetto di qualche tempo addietro, è aperta ogni domenica per le funzioni liturgiche e viene celebrata la festa annuale della santa.

L'Anguilla di Marte

L’Anguilla di Marte

L’Anguilla di Marte è un’opera di Salvatore Garau, classe ’53, pittore del visibile e dell’invisibile, scultore, regista e scrittore nativo di Santa Giusta. Un uomo che ha dedicato la sua vita all’arte in varie forme: come artista musicale, subentrando come batterista nel 1977 al gruppo rock politico Stormy Six fino al 1982, anno di scioglimento del gruppo, poi riavvicinatisi in varie reunion che ci furono negli anni 1993, 1997, 2005, 2008, 2010 e 2018; come pittore, esordendo nel 1984, a dieci anni dalla laurea all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Pittore del visibile e dell’invisibile, espressione che si può riassumere con le stesse parole dell’autore a seguito dell’articolo L’assenza delle mie sculture è una presenza che turba: Chi ha deciso che una forma creata solo nella mente non può essere immaginata fisicamente in uno spazio? Il confine tra filosofia e opera d’arte può essere valicato? «Ma certo! La matematica, per esempio, può sconfinare nella pittura, l’architettura nella fisica, la poesia nella filosofia, la scultura nella danza. D’altronde sono processi avviati nell’arte già dai primi del ’900, per non parlare degli anni ’60. Recintare ciascuna espressione creativa vuol dire limitare stupidamente la forza intrinseca che, a contatto con diverse esperienze, può generare la meraviglia imprevista che tanto cercavamo! Ho deciso di rendere un titolo (una micro poesia, se vogliamo) una scultura, ma non solo una, bensì migliaia di sculture che ognuno può scolpire nella propria mente, sforzandosi di riconquistare il potere dell’immaginazione. Richiede fatica, certo, ma preferisco ricordare alle persone che si può fare, a costo di andare in crisi, che poi, in questo caso, non sarebbe altro che porsi davanti a delle scelte e decisioni private. Le persone possono diventare proprietarie di una loro idea, in questo caso di una propria scultura! Mi sembra meraviglioso! Un popolo che non ha più fantasia è un popolo che sta lentamente morendo.» Alcuni articoli e video di e su Salvatore Garau: https://www.linkoristano.it/2023/01/11/dopo-12-anni-si-completa-languilla-di-marte-a-santa-giusta-la-testa-e-pronta-lavori-per-il-basamento/ https://www.unionesarda.it/cultura/salvatore-garau-lartista-della-scultura-invisibile-do-alle-persone-il-potere-della-fantasia-n6hm57tm https://artslife.com/2021/02/07/salvatore-garau-buddha-in-contemplazione/ https://lavaligiadellartista.com/2021/06/10/la-scultura-invisibile-di-salvatore-garau/ Salvatore Garau canale YouTube: https://www.youtube.com/@salvatoregarau8949 L’artista delle sculture invisibili https://www.youtube.com/watch?v=Cj7BFPEgvMo Scultura nel cielo https://www.youtube.com/watch?v=sqZ8gWIh5EA “Sacro” Caraffa Museum, Cordoba, Argentina Salvatore Garau, Istituto Italiano Di Cultura https://www.youtube.com/watch?v=KWJtvFkQFos L’anguilla di Marte (coda) https://www.youtube.com/watch?v=_Yen2YVkjtk L’anguilla di Marte (testa pt. II) https://www.youtube.com/watch?v=-cTLMbYiM4U https://video.virgilio.it/guarda-video/vende-una-scultura-invisibile-a-15mila-euro-lacquisto-incredibile_bc6256431201001 https://video.repubblica.it/tecnologia/tech/genio-o-furbetto-parla-salvatore-garau-che-ha-venduto-una-scultura-invisibile-per-15-mila-euro-si-vede-col-cuore/389406/390123 https://www.repubblica.it/green-and-blue/2022/06/29/news/pini_oristano_museo_salvatore_garau-355795200/ https://www.facebook.com/TgrRaiOfficial/videos/sculture-invisibili-da-santa-giusta-a-new-york/499207071404588/ https://www.expartibus.it/basilica-di-santa-giusta-garau-espone-opera-invisibile-e-pala-daltare/ Torniamo all’Anguilla di Marte. Questa è la terza installazione di Garau, preceduta da due installazioni site-specific: la prima del 2006, in Sardegna, dal titolo Ichthys Sacro Stagno, che prevedeva l’allagamento di tre chiese consacrate con l’inserimento dei pesci delle lagune circostanti, e poi rimetterli nei loro habitat; la seconda, Scultura nel Cielo è un’enorme tela di 200mq dipinta e installata a Milano in Corso Magenta, 22, per avvolgere un intero palazzo milanese in segno di provocazione e protesta per la tutela dell’ambiente. Si giunge poi all’Anguilla di Marte, o S’Anguidda in sardo, una installazione site-specific, materiale e visibile – ben visibile – alta 12m, larga 1,10m e pesante 5.000kg, in ferro battuto – prima zincato e poi smaltato. Installata nel 2010 a sinistra dell’entrata del Comune di Santa Giusta con il progetto di far emergere la testa del pesce direttamente nello Stagno del paese o – a detta di alcuni – probabilmente in un altro paese lagunare nel lato Nord del Golfo di Oristano: Cabras. L’opera rappresenta un’anguilla aliena subentrata nell’atmosfera terrestre e precipitata rimanendo incastrata al suolo, e perciò in evidenza solamente la sua gigantesca coda. Quanto alla testa, ancora non si sa molto solo che è stata saldata in due parti distinte dal medesimo fabbro che fece la coda dell’anguilla, e che sarà alta 7m per un peso totale di circa 3.000kg. «La testa dell’Anguilla,» dice Garau «ha vagato per 11 anni sotto una terra ricca di storia e civiltà. Adesso spunta nervosa, tenendo tra i denti tracce del nostro passato, quasi a voler metterci in faccia chi siamo stati e a ricordarci da dove veniamo. È stata, la nostra, terra di commercio, di ricchezza e incontri di tanti popoli che si avvicendavano nel Mediterraneo. L’Anguilla di Marte è un’opera che ha il compito di rammentarci che dimenticare le nostre origini è un’offesa al nostro presente che sta già diventando futuro.» Parlando invece di opere immateriali, Garau ha un progetto di ben 7 opere da “esporre” – come sottolinea un articolo di Stanze Italiane, museo virtuale dell’Istituto Italiano di Cultura di New York – qua e là per il mondo, alcune delle quali lo sono già state. La filosofia sul concetto dell’invisibile dell’artista, già presente nei suoi dipinti neri fin dall’esordio degli anni ’80, è emersa più che mai in questo periodo della sua vita per mandare un chiaro messaggio: «Nel momento in cui decido di “esporre” in un dato spazio una scultura immateriale, quel luogo concentrerà una certa quantità e densità di pensieri in un punto preciso, creando una scultura che dal solo mio titolo prenderà le più svariate forme. Il concetto delle mie sculture si discosta completamente dalle provocazioni di Marcel Duchamp agli inizi del ‘900 o successivamente dell’arte concettuale degli anni Sessanta. L’assenza della materia per me è un atto d’amore verso il non conosciuto e il mistero al quale quasi l’intera umanità si affida. Stiamo vivendo un momento in cui la nostra fisicità, il nostro esserci è sostituito dalle nostre immagini virtuali e dalla nostra voce (anche questa impalpabile). Il nostro essere carne e ossa deve fare i conti con l’assenza che è la vera presenza in questi tempi.» Nel 2021, il 5 febbraio Garau ha installato a Milano, in Piazza della Scala a pochi passi dal monumento di Leonardo da Vinci e dalle Gallerie d’Italia, Budda in contemplazione. Uno spazio rettangolare delimitato da un nastro bianco, a impatto zero sull’ambiente, un’opera fatta di sola aria, che è un chiaro invito di fermarsi e pensare. La frenesia di tutti i giorni e la continua corsa che la società che abbiamo creato, e che adesso ci richiede, non fa che farci dimenticare spesso e volentieri chi siamo e che cosa vogliamo veramente. È davvero questa la vita che vogliamo vivere? Lo stesso anno, il 29 maggio a New York, proprio

Chiesa romanica di Santa Giusta

La Basilica di Santa Giusta

Origine e architettura L’attuale Basilica, costruita prevalentemente in pietra arenaria del Sinis, venne eretta fra 1135 e 1145 e per tutto il Basso Medio Evo, dal 1119 fino al 1503, fu sede diocesana e il paese parte del Giudicato di Arborea, nella Curatoria di Simaxis. Purtroppo non si conosce chi sia stato l’architetto o il fondatore originario, si ipotizza però che fosse stata probabilmente finanziata dai Giudici sardi, solitamente coloro che contribuivano alla costruzione di imponenti edifici dedicati al culto sacro. Tuttavia, oggi è uno degli esempi d’arte romanica più importanti della Sardegna, una delle più rappresentative di questo stile. All’interno si compone di tre navate, di cui quella centrale ben più alta di quelle laterali, e sono delimitate da 14 imponenti colonne monolitiche: 11 in marmo vario e 3 in granito, con 8 capitelli corinzi, 1 calcareo, 3 compositi e 2 ionici marmorei; sicuramente la provenienza delle colonne è da attribuire alla città fenicia di Tharros. Le due cappelle laterali, del Rosario e dello Spirito Santo, non sono autentiche, difatti, vennero costruite nel XVII sec. e.v. probabilmente finanziate da Domenico Casula e Chiara Deidda, dei quali si trovano le tombe. L’abside e l’altare, o il presbiterio, fino al 1847 presentavano un muro che li divideva dal resto della chiesa. Venne abbattuto assieme all’altare ligneo e ciò che comprendeva in quello stesso anno, per volere dell’Arcivescovo Saba per dare vita a una balaustrata marmorea. Proprio sotto il presbiterio, di dimensioni uguali, si trova la cripta nella quale venne inizialmente sepolta la santa, seguita successivamente dalle ancelle di famiglia. Qui, troviamo 4 piccole navate con volta a crociera sostenute da 6 piccole colonne marmoree. La stanza oggi contiene le reliquie delle tre sante.   Questo sotterraneo, come testimoniato da numerose terrecotte rinvenute verso la fine dello scorso millennio nel sagrato della cattedrale, è quasi sicuramente stato la prima chiesa. Si pensa pertanto che ci potesse essere stato nel IV-III sec. a.e.v. un Tempio in onore di Demetra, Dea del grano, e di sua figlia Kore. L’attuale campanile venne ultimato nel 1908 su progetto di Dionigi Scanu. Il tetto della chiesa è stato completamente rifatto a seguito di alcune ristrutturazioni avvenute nell’ultimo ventennio del secolo presente. Targa della piazza Basilica di Santa Giusta (Fronte) Basilica di Santa Giusta (Retro) Particolare capitello del portone Modello della Pianta della Chiesa Navata centrale e laterali Particolare capitello I Particolare capitello II Particolare capitello III Particolare capitello IV Altare Entrata della Cripta Santa Giusta, Giustina e Enedina Reliquie delle Sante Altare della Cripta Particolare capitello V Particolare capitello VI Particolare capitello VII Particolare capitello VIII Particolare capitello IX Particolare capitello X Uscita della Cripta © Tutti i diritti riservati. Nessuna parte della presente pubblicazione può essere riprodotta, archiviata o trasmessa sotto qualsiasi forma o mezzo elettronico, meccanico, fotocopie, registrazioni o altro senza previa autorizzazione dell’autore.

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